figli di un dio minore: hugo largo    
di mario biserni (no ©)




In "Put More Blood Into the Music", un documentario del 1987 di George Atlas che faceva il punto sulla sperimentazione musicale a New York, con una particolare attenzione riservata alla No Wave, accanto a grossi nomi quali John Zorn, Sonic Youth, Lydia Lunch, Arto Lindsay, 'Butch' Morris e Glenn Branca facevano la loro apparizione anche gli Hugo Largo, una scelta sicuramente giustificata dal fatto che due componenti del gruppo erano parte dell'entourage di Glenn Branca.
Quello stesso 1987 gli Hugo Largo pubblicarono su Relativity Records un primo mini LP che, in parte, era stato prodotto da Michael Stipe, il quale suonava anche nei pezzi di sua produzione.
Nel 1988 il disco venne ristampato su Opal Records (negli USA) e su Land Records (in UK), etichette legate al nome di Brian Eno.
Nel 1989 uscì un secondo disco, questa volta prodotto totalmente dal gruppo e preso ancora in carico da Eno su Opal e Land Records.
Lo stesso Eno fece circolare un vinile promozionale nel quale, con sullo sfondo la musica del gruppo, magnificava il suono degli Hugo Largo ("Brian Eno you To Hear Something - A Band Called Hugo Largo And A New Album Called "Mettle"").
Sembrava così che tutte le strade fossero spianate per una loro affermazione su larga scala. E invece dopo un EP contenete un brano del secondo disco e due inediti, uscito peraltro solo in UK, degli Hugo Largo si persero le tracce.
Sicuramente influì un atteggiamento supponente e 'antipatico', soprattutto da parte della cantante Mimi Goese (ben comprensibile nei video disponibili su you tube), e in misura probabilmente maggiore l’essere fuori fase e mal collocabili, con il loro proporre un folk da camera in anticipo di alcuni anni sull'esplosione del genere.
La formazione comprendeva due bassisti (Adam Peacock e Tim Sommer), un violinista (Hahn Rowe) e una cantante (Mimi Goese), ma i quattro potevano far uso anche della chitarra e, più occasionalmente, di strumenti a tastiera.
Gli Hugo Largo vennero subito accostati, complice la voce eterea della Goese e una comune relationship con Tim Buckey, a gruppi europei quali Cocteau Twins, Dead Can Dance, This Mortal Coil e Bel Canto.
In realtà il modo di cantare della Goese era più scattoso, a causa dei frequenti cambi di registro, e più propenso alla rottura della melodia, più americano direi, laddove gli europei indulgevano in melodie più dolciastre. Lo scarso uso di tastiere ed elettronica rendeva poi il loro suono più scarno e, soprattutto, erano assenti, o quasi, gli svolazzanti richiami all'opera e al mondo gotico-romantico. Proprio nei repentini cambi di tono e di volume, nel voler modellare le parole come fossero fatte di pongo, stava il rapporto con Tim Buckley, laddove per i gruppi della 4AD si trattava di un rapporto di tipo più estetico, che trovava la sua ragione d'essere nei tristi pomeriggi cantati dal menestrello californiano. L'impostazione della Goese aveva poi caratteristiche molto teatrali, la qual cosa ne faceva una sorta di Peter Gabriel al femminile.
L’esordio discografico è rappresentato da “Drum”, bel titolo per un disco dove non vengono utilizzate batterie, un mini LP con sei brani (più una scheggia), tre dei quali prodotti insieme a Michael Stipe (che collabora anche come strumentista). Le canzoni, tra le quali spicca anche un rifacimento di Fancy dei Kinks, hanno caratteristiche morbide e vellutate, con sonorità di tipo semiacustico, con i toni che si alzano solo in Second Skin. La ristampa in CD contiene due titoli in più (Harpers e Scream Tall, quest’ultima una delle loro canzoni migliori).
“Mettle” appare più pieno, quanto a suoni, e si carica di un vago senso di elettricità, mentre la voce è diventata ancor più un quarto strumento che potrebbe benissimo fare a meno dei testi per modulare nenie non-sense. La maggiore presenza del violino lascia capire che Rowe è diventato la figura guida all’interno del gruppo, oltreché il maggior responsabile alla produzione. Fra i brani, tutti di eccelsa levatura, si distinguono il dolcetto Ohio, e le visionarie buckleyane Turtle Song e Nevermind. Uno dei brani migliori, lo scattoso Arms Akimbo, è ancora una volta incluso solo nella versione compact insieme al riarrangiamento del tradizionale Gloria (Angels we Have Heard On Hight)(quest’ultimo prodotto da Michael Brook). In Inghilterra i due brani vennero pubblicati anche su un EP che comprendeva anche Turtle Song. Nonostante questo impegno, e nonostante il Long Playng promozionale nel quale Brian Eno prponeva un ascolto guidato di “Mettle”, il successo sperato non arrivò e all’esperienza Hugo Largo venne posta la parola fine. Erano in ritardo per chi voleva vederci un’appendice americana del cosiddetto dream-pop inglese, il primo disco dei Cocteau Twins risaliva al 1982, ed erano nettamente in anticipo sull’esplosione del folk da camera.
I componenti del gruppo non fecero in seguito nulla di rilevante, ad eccezione di Rowe e della Goese. Il primo presterà la sua arte violinistica a decine di registrazioni. La seconda azzarderà in ben due occasioni un’infruttuosa carriera solista.
“Soak” del 1998, un decennio è trascorso da “Turtle Song”, è un bel disco con un unico difetto, ma ben grosso, che sta nell’essere ammalato di björkismo (individuabile già nel vezzo della cantante di presentarsi come Mimi, cioè con il solo nome di battesimo). L’effetto primo, ascoltando il disco, è lo stesso che si ebbe ascoltando il Tim Buckley di “Greetings From L.A.” dopo quello di “Starsailor”. Se da un lato sembra esserci un tentativo di dare continuità al passato (il blu della confezione e la presenza di Hahn Rowe come strumentista, tecnico e produttore in buona parte dei brani) dall’altra è evidente lo sforzo per abbracciare quei ritmi particolarmente di moda a cavallo fra i due millenni. “Soak” puzza di disco studiato a tavolino da lontano un miglio, e il coinvolgimento di nomi come David Byrne (produttore esecutivo con la sua Luaka Bop) ed Hector Zazou (produttore e strumentista in quattro brani) non fa che confermare questa idea. La produzione di Rowe regala le canzoni migliori, quasi sempre con la voce sussurrata e delicatamente sorretta da sonorità dilatate (Fire And Roses, Believers, la hugolarghesca The Watch, la cover Black Hole Sun dei Soungarden, Love Is An Island e l’altra cover Time To Go Home Now di Arthur Russell).
Nel frattempo la Goese si era tenuta in forma collaborato anche a “Everything Is Wrong” di Moby (1995), dove aveva cantato, e scritto i testi, in due canzoni.
Sicuramente più riuscita di “Soak” è l’ambiziosa opera “Songs For Persephone” scritta a quattro mani con Ben Neill e pubblicata su Ramseur Records nel 2011 (dopo una rappresentazione teatrale dell’anno precedente). La voglia di classicismo è espressa, oltre che dal tema, anche dall’utilizzo di frammenti sonori da Berlioz, Schumann, Bruckner, Grieg, Doninzetti, Gabrieli, Beethoven e Strauss. Chiaramente la riduzione discografica, come in tutti questi tipi di operazione, perde di tono rispetto all’edizione teatrale. Il disco è comunque buono, nonostante l’eccesso di alcune orchestrazioni, e si fa soprattutto apprezzare quando la mutant trumpet di Neill azzarda scenari hasselliani e va a giocare d’incastro con la voce della cantante. Ancor meglio quando i due riescono a deviare dal percorso tracciato, come nella fanfara Blackpool.
Personalmente, comunque vadano a svilupparsi le carriere soliste, tifo Hugo Largo.


DISCOGRAFIA:
• "Drum" (mini LP - la versione in CD contiene due canzoni in +) – Relativity 1987
• "Mettle" (LP - la versione in CD contiene anche l'EP "Turtle Song") – Opal Records 1989
• "Turtle Song" (EP) – Land Records 1989




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