figli di un dio minore: thule    
di mario biserni (no ©)




La scelta di un nome come Thule non può che implicare una certa dose di mistero. È così che, fra i vari gruppi e/o musicisti che si sono fregiati di tale titolo (in particolare nell’area che dalla Germania va all’Islanda, passando per la Scandinavia), è così che fra di essi i più degni di portarlo sono questi britannici di cui mi appresto a scrivere. Sì, i più degni, perché l’aura di mistero che ha accompagnato la loro vicenda è in piena sintonia con la ragione sociale che si erano scelti. Venuti dal nulla, e scomparsi nel nulla, hanno consumato la loro vicenda nell’arco di un lustro (dal 1988 al 1992), senza che trasparissero né il numero dei componenti la band, né i loro nomi e neppure la loro provenienza geografica. Un quinquennio, quello relativo alla loro attività, nel quale ci hanno donato un LP, due EP e un CD che rimangono ancora oggi, a venticinque anni dalla loro scomparsa, fra le pietre miliari della musica underground.
Storicizzando si può dire che i Thule furono attivi negli anni in cui l’industrial si stava accorgendo che esisteva il dub, il rock che esisteva l’industrial, il dub che esisteva il rock, e tutti che esistevano le discoteche. Erano gli anni in cui la On-U Sound stava consolidando la propria posizione e si stava affermando come una delle realtà musicali guida più importanti. Erano gli anni in cui si assisteva a una riscoperta massiccia sia della musica dei Kraftwerk sia di quella dei primi Pink Floyd. Erano gli anni in cui l’azione di governo socialmente disgregatrice e programmaticamente conservatrice della Thatcher raggiungeva il suo apogeo prima della rovinosa disfatta. Ma erano anche anni nei quali non s’era ancora spenta l’eco della rivoluzione capitanata dai vari Joy Division, Throbbing Gristle, Pop Group, Clock DVA, Wire e Gang Of Four. Tutti fattori che, a veder bene, influenzarono la loro musica.
Dopo un primo EP, pubblicato nel proprio marchio Thule Entertainments, i Thule si accasarono alla Wiiija Records, presso la quale pubblicarono un secondo EP e il Long Playing “Wheel”. La Wiiija era un marchio moderatamente estremo, inizialmente legato al negozio di Rough Trade e più tardi passato al Beggars Group, che stava un po’ a metà strada fra la moderazione contenuta di una Too Pure e l’estremismo spinto della Pathological e della Earache Records. Come compagni di scuderia presso questa compagine c'erano cosucce tipo Silverfish, Bastard Kestrel e Terminal Cheesecake.
A voler definire la loro musica in termini concreti stigmatizzerei con un «Joy Division e Kraftwerk di ritorno da un viaggio in Jamaica». Dei primi, soprattutto, c’è il senso di rotondità creato dal suono di basso e percussioni. La selva percussiva è comunque più intensa e tribale mentre la voce, che sembra recitare in modo reiterato dei cut up di slogan e sigle più che testi veri e propri, suona quasi sempre lontana e echeggiante come quella un oratore durante un comizio. Non mancano soluzioni noise e a tratti si aprono flash cabarettistici.
Non so perché ci sia stata la rottura con la Wiiija, ma posso immaginarlo, dal momento che la piccola etichetta all’inizio degli anni ’90 s’era orientata verso musiche più leggere e un po’ modaiole (come era il settore legato al fenomeno riot grrrl), laddove i Thule rappresentavano un po’ qualcosa fuori dal tempo, con buone recensioni e scarse vendite, qualcosa di mal inseribile dentro qualsiasi scena in grado di fare tendenza.
Fatto sta che il loro secondo full length, il CD “321 Normal 2”, uscì nel 1992 per la Clay Records, storica etichetta punk legata ai Disharge e all’epoca out of time, con il risultato di passare praticamente inosservato. Peccato, perché è il loro disco migliore e perché da molti dei pochi che lo conoscono è considerato come uno dei dischi più belli degli interi anni Novanta.
L’influenza della musica jamaicana è ridotta pur essendo ancora presente (Let it Ring) e si fanno largo altri soggetti come il neo-classico (Idiomatic), il western-style (Murderball), il minimalismo (la softverdictiana 4/5 of 5/8 of F/A), il funk (Kings English), l’ambient proto-isolazionista (We Is You Am e Skyscraper).
In linea di massima la foresta percussiva si fa più fitta e incalzante, mentre si nota maggiormente l’ombra lunga di influenze barrettiane già presenti nei dischi precedenti. È come se Interstellar Overdrive venisse frantumata e riproposta a piccole dosi.
Dopo di che più nulla si seppe di loro.

DISCOGRAFIA:
• "Thule" (12" EP) - Thule Entertainments 1988
• "La Jamais Contente" (12" EP) - Wiiija Records 1989
• "Wheel" (LP) - Wiiija Records 1990
• "(321 Normal 2)" (CD) - Clay Records - 1992



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