figli di un dio minore: bridget st. john    
di mario biserni (no ©)






Non sono mai riuscito a capire come funzionano certi meccanismi. Mi è davvero difficile.
Se qualcuno di voi ci riesce me lo dovrebbe spiegare.
Perché, ad esempio, qualche anno fa c'è stata la sorprendente riscoperta di Vashti Bunyan mentre di Bridget St. John non s'è affatto parlato. Eppure le due folksinger hanno più d’un aspetto che le accomuna, a iniziare dall’ambiente e dal periodo storico che hanno scandito le loro gesta.
Bridget St. John (al secolo Bridget Hobbs) è una di quelle cantautrici tanto apprezzate nel circuito degli addetti ai lavori quanto ignorate dal grande pubblico. Eppure ha calcato le scene in un periodo che vide il cantautorato al femminile, e le folksinger in generale, mettersi in grande mostra e ottenere un certo successo attraverso nomi blasonati come Judy Collins, Jony Mitchell, Carly Simon, Carole King, Linda Ronstadt, Jacqui McShee, Sandy Denny, Shirley Collins, Buffy Sainte-Marie, Maddy Prior, Anne Briggs ...
Fra i suoi ammiratori ci sono stati importanti figure dell’ambiente musicale quali il leggendario disc jockey John Peel (che la indicò come la migliore cantautrice della Gran Bretagna) e, fra i musicisti, John Martyn, Mike Oldfield e Kevin Ayers.
Fu proprio John Peel che, oltre a darle spazio nelle sue trasmissioni alla BBC, fra il 1969 e il 1972 le diede l’opportunità di incidere tre LP per la sua Dandelion Records, un’etichetta discografica minore alla cui ombra si rifugiarono anche ad altri sfigati dell’ambiente musicale britannico (Medicine Head, David Bedford, Kevin Coyne, Lol Coxhill …).
“Ask Me No Questions”, il primo LP, risale al 1969 e venne prodotto dallo stesso Peel. È un disco scarno e la folk singer è coadiuvata solo da una seconda chitarra (John Martyn e Ric Sanders, entrambi in due canzoni) o dai Bongos di un/una non meglio definito/a Dominic (in altre due). Nelle restanti sei canzoni fa tutto da sola mettendo in mostra anche un’ottima tecnica sulla chitarra. Appare subito chiaro come la sua impostazione esuli dagli svolazzi operistici di molte sue colleghe, sfoggiando invece un timbro caldo, intimo, confidenziale e delicato che fa pensare al suo contemporaneo Nick Drake e a molte voci ascoltate in tempi molto più recenti. Caso mai la profondità dei toni richiama alla mente Nico, anche se Bridget non sprofonda mai pienamente in quel mare d’oscurità e decadenza tipico della femme fatale. Fra le dodici gemme del disco, che negli USA venne pubblicato dalla Elektra con copertina diversa, spicca Ask Me No Questions, che con la sua lunga coda di chitarra arpeggiata su un sottofondo di registrazioni bucoliche ricorda la Grantchester Meadows di Roger Waters (“Ummagumma” venne pubblicato nell’autunno del 1969 e quindi, se uno dei due ha ispirato l’altro, è estremamente difficile capire chi).
I parallelismi con i Pink Floyd non cessano qui, dal momento che per il disco successivo del 1971 la St. John si fece produrre da quel Ron Geesin che l’anno precedente aveva collaborato all’orchestrazione di “Atom Heart Mother”. Geesin, per l’accompagnamento, organizzò degli ensemble da camera con una strumentazione mista comprendente: chitarre, violini, violoncelli, viola, flauti, tromboni, corni e voci tenore, controtenore e basso, oltre alle tastiere dello stesso produttore e alle tastiere, armonio e chitarra della stessa cantautrice.
“Songs For The Gentle Man”, il disco che ne uscì, è probabilmente il suo lavoro migliore, e vista l’attenzione agli arrangiamenti, che deviano dal dominante folk-rock, porta nuovamente a pressanti paragoni con Nick Drake e con il suo mondo visto al chiaro di luna. La struttura delle canzoni si è fatta più complessa e a tratti barocca, pur non eccedendo mai verso atmosfere stucchevoli e/o troppo appariscenti. Il cantato fa pensare ancora alla Nico di “Chelsea Girl”. Seagull-Sunday e qualche altro brano ricordano curiosamente, in alcuni passaggi, Joni Mitchell ma, in generale, il disco è tipicamente inglese.
Meno tipicamente inglese è invece il successivo “Thank You For…”, del 1972, che presenta autentiche sterzate verso un sound americano. La produzione passò nelle mani di un nome meno blasonato, tal Jerry Boys, e ad accompagnarla ci sono molti turnisti della scena folk e/o rock britannica (i più noti sono Pig Pyle prestato dalla scena di Canterbury, Dave Mattacks dei Faiport Convention e Rick Kemp degli Steeleye Span, mentre l’amico John Martyn fa la sua comparsa soltanto in Fly High. Meno scarno del primo LP ma non di tipo cameristico come nel secondo, l’accompagnamento strumentale forte di batterie, chitarre e chitarre basso elettriche, vira decisamente verso il folk-rock. Lo stesso cantato è meno profondo e si fa strada qualche jodelismo e qualche arzigogolo alla Ian Anderson sui finali di strofa. La stessa verve dell’autrice presenta cedimenti e ben cinque canzoni non portano la sua firma (il tradizionale Lazarus, Good Baby Goodbye di Nigel Beresford, Love Minus Zero, No Limit di Bob Dylan, Every Day di Tim Hardin e Silver Coin di Terry Hiscock).
In quei quattro anni Bridget pubblicò anche alcuni singoli, anche su etichette diverse dalla Dandelion, con canzoni non sempre incluse negli LP. Particolare importanza riveste If You’ve Got Money / Yep, pubblicato nel 1970 su Warner Bros., perché venne prodotto da Kevin Ayers, che scrisse in combutta con Daevid Allen la canzone del secondo lato, e suonato da un gruppo d’eccezione che comprendeva lo stesso Ayers, al basso, oltre al batterista Steve Broughton, al pianista David Bedford e al chitarrista Mike Olfield. Il rapporto con Ayers, fatto di numerosi interscambi, è molto interessante e andrebbe ulteriormente indagato. Bridget, ad esempio, presta la sua voce in The Oyster And The Flying Fish, su “Shooting At The Moon” del 1970, e nelle stesse sedute registra Jolie Madame che finirà poi nella raccolta “Odd Ditties” del 1976. La canzone, cantata in francese, era dedicata da Ayers proprio a lei ed è il contraltare di quello che la velvettiana Femme Fatale era stata per Nico. Il cantato nella lingua d’oltralpe, poi, porta a un altro paragone, quello con il delicato mondo di Françoise Hardy. Pensando ancora all’ex Soft Machine va anche osservato come Song For The Laird Of Connaught Hall – Part Two, su “Songs For The Gentle Man”, ha una certa somiglianza con The Confessions Of Doctor Dream di Ayers (dal disco eponimo del 1974).
Sempre nel quadriennio in cui fu legata alla Dandelion, Bridget St. John incise, o comunque cantò nei concerti, varie cover che pescavano nel repertorio dei soliti noti (Dylan, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Donovan …) oltreché in quello dei suoi amici (John Martyn, Kevin Ayers …), e tutto questo ben di dio è poi finito in veste di bonus track nelle ristampe in CD dei tre vinili, licenziate prima dalla See For Miles (a metà degli anni ’90) e poi dalla Cherry Red (nel 2005). La Cherry Red ha anche pubblicato, nel 2010, la raccolta “A Pocketful Of Starlight – The Best Of …” che contiene i singoli usciti su etichette diverse dalla Dandelion. Nel 2015, sempre ad opera della Cherry Red, è uscito il cofanetto “Dandelion Albums & BBC Collection” contenente, oltre alle tre ristampe del 2005, un quarto CD con alcune registrazioni effettuate dalla folksinger per la radio-televisione inglese (registrazioni che suonano suggestivamente lo-fi). Purtroppo devo dire che il cofanetto brilla in sciatteria, non sono infatti riportati i musicisti che suonano nei vari dischi e/o nelle varie canzoni e molte di queste sono mal attribuite (Suzanne di Leonard Cohen è attribuita alla stessa St. John mentre la firma del cantautore canadese viene posta su Ask Me No Questions!?!!). Attenzione anche a un altro fatto: nel 2010 la Hux Records aveva pubblicato un doppio CD dedicato alle registrazioni BBC contenente quasi 40 canzoni, il doppio di quelle contenute nel CD incluso nel cofanetto che è limitato al periodo Dandelion (“BBC Radio 1968-1976"). Un’ultima notizia per chi è appassionato di vinile ma non vuole cercare le vecchie edizioni (che comunque si trovano abbastanza bene): nel 2010 la 4 Men With Beards ha ristampato tutti tre i dischi in vinili di 180 grammi.
A questo punto avviene la probabile chiusura della Dandelion Records, non ho dati in proposito, e la folksinger riappare due anni dopo, nel 1974, con un disco su Chrysalis, etichetta che aveva in scuderia gruppi di un certo successo come Steeleye Span, Procol Harum, Ten Years After e, soprattutto, Jethro Tull. «… nel 1974 ha inciso per la Chrysalis Records Jumblequeen (in cui appaiono Stefan Grossman e membri dei King Crimson e dei Jethro Tull[1])», non so quale suggestione ha fatto scrivere queste parole al compilatore della scheda italiana di Wikipedia, riportandole come riprese dalla scheda sull’artista di allmusic.com, mentre su tale scheda non compaiono affatto. Fatto sta che in “Jumblequeen” (nella costola del disco e da altre parti riportato come “Jumble Queen”) suona Grossman e suona un ex King Crimson (il batterista Mike Giles), ma non c’è ombra di membri dei Jethro Tull. Piuttosto ci sono due Ten Years After: Chick Churchill, che impazza con le sue tastiere, e Leo Lyons in veste di produttore. Da notare che, a protrarre legami dei quali s’è già scritto, John Martyn è presente per interposta persona tramite la moglie Beverley, seconda voce in Curious & Woody, mentre il batterista Mike Giles in quello stesso anno suona anche in “The Confessions Of Dr. Dream And Other Stories” di Kevin Ayers. Il modello del disco ricalca quello del disco precedente, con gli americanismi che si accentuano soprattutto nei brani in cui c’è la chitarra di Grossman, ma, soprattutto nei brani senza batteria e con arrangiamento d’archi (Song For The Waterden Widow e Want To Be With You), c’è anche un tentativo di recuperare le atmosfere delle canzoni più intime presenti in “Songs For The Gentle Man”. Le canzoni sono tutte di Bridget ad esclusione di Last Goodnight e Sweet Painted Lady firmate rispettivamente dal solito Nigel Beresford e dall’insospettabile coppia Elton John / Bernie Taupin. Il disco è stato ristampato in CD dalla BGO Records nel 1974 e dalla Hux Records nel 2006, le due ristampe contengono inediti diversi l’una dall’altra.
Se nel 1974 si classificò quinta cantante donna nei sondaggi del Melody Maker significa che “Jumblequeen” aveva rappresentato un salto in avanti in fatto di popolarità, ma purtroppo ne decretò anche la prematura morte artistica.
Nel 1976 andò infatti negli Stati Uniti e decise di rimanere a New York, nel Greenwich Village, dove dopo un periodo di occasionali concerti nei club decise di tirare i remi in barca. C’è da dire che nei fan il ricordo non s’è mai spento e, soprattutto in Giappone, è rimasto vivo attraverso la pubblicazione di raccolte come “Under Tokyo Skies” o “Hello Again (A Collection Of Rare Traks)”.
Dischi postumi particolarmente significativi sono “Take The 5ifth” (1995, Road Goes on Forever) e “The First Cut” (1996, Shagrat).
Il primo, furbescamente presentato nel titolo come un lost quinto album, è in realtà una raccolta di materiali vari registrati negli Stati Uniti fra il 1975 e il 1982, con produttori legati al soul, al R&B e al country (Gordon H. Edwards, Steve Burgh e Dave Perkins), e accompagnata da musicisti della stessa estrazione. La volontà di ammodernarsi, adeguandosi ad un rock-soul tipo Springsteen o Pretenders, è ovvia ed evidente, ma i brani migliori sono quelli registrati in Inghilterra con il solo accompagnamento della sua chitarra (o quasi): Catch A Falling Star (con la chitarra di Steve Hayton), Maybe If I Write A Letter e Make-Me-Whole.
Più interessante è il 10 pollici “The First Cut” che raccoglie registrazioni precoci, risalenti al 1968, di quattro canzoni che poi finiranno nel primo LP dell’anno successivo. Le registrazioni sono interessanti anche perché c’è di mezzo il ‘vecchio’ Ron Geesin, che le ha recuperate e trasferite da due vecchi acetati a 45 giri. Il primo lato del 10 pollici contiene Pig ‘n’ Peel”, un brano dedicato a John Peel e consorte risalente alla metà degli anni Settanta, qui registrato ex-novo dal solito Geesin in una splendida e inusuale versione a cappella.
La sua popolarità nel Paese del Sol Levante è stata in tempi più recenti confermata dai tour effettuati in quel paese insieme a Colleen (nel 2006) e a Taku Hayashi (nel 2010). Quest’ultima occasione ha anche fruttato il CD “Jolie Madame Live In Japan 2010”.
Spero di essere riuscito a incuriosirvi.

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:
• "Ask Me No Questions" (LP) – Dandelion Records 1969
• "If You’ve Got Money / Yep" (7”) – Warner Bros. Records 1970
• "Songs For The Gentle Man" (LP) - Dandelion Records 1971
• “Thank You For…" (LP) - Dandelion Records - 1972
• "Fly High / There’s A Place I Know - Suzanne" (7”) – Dandelion Records 1972
• "Jumblequeen" (LP) – Chrysalis 1974
• "The First Cut" (10”) - Shagrat Records 1996


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