tamia    
di e. g. (no ©)




Sembra che tutti si siano scordati di Tamia. In tempi in cui vengono riscoperte anche le realtà più futili e insignificanti, sia attraverso la ristampa dei loro dischi sia attraverso la pubblicazione di inutili inediti, nessuno (neppure i tuttologi più avvizziti) sembra ricordarsi di questa splendida donna dalla voce altrettanto splendida. Digitando il suo nome sui motori di ricerca internet escono fuori pagine e pagine sull’omonima cantante pop canadese, mentre su questa francese che a suo modo a precorso i tempi appaiono solo poche righe e, spesso, in relazione ad altri artisti con i quali ha collaborato in anni di oscura ma significativa attività. Di lei si conoscono a malapena l’anno in cui è nata (1947) e sparute notizie su un’adolescenza passata a studiare pianoforte e a cantare sopra i dischi di Charlie Parker, Miles Davis e Thelonious Monk. Pure il suo cognome ci è ignoto, così come la sua discografia, e d'altronde buona parte dei suoi dischi appaiono cronicamente fuori catalogo e non sono mai stati ristampati. Così, per scrivere questo articolo, mi sono dovuto basare sui dischi in mio possesso, che potrebbero come non potrebbero rappresentare la sua discografia completa, al fine di ricostruire quella che appare come una delle vicende più sottovalutate e misteriose di tutta la musica sperimentale. Dischi che, almeno i primi, furono stampati privatamente e nella loro povertà contengono appena quelle due o tre notizie strettamente necessarie a comprenderne la genesi.
La sua prima comparsa è in un disco del Michel Portal Unit registrato al festival jazz di Chateauvallon nel 1972 (“Michel Portal Unit a Chateauvallon”). Dell’ensemble facevano parte, oltre al leader ed a Tamia, Bernard Vitet, Beb Guérin, Léon Francioli e Pierre Favre. La partecipazione a questa specie di summit degli improvvisatori sperimentali francesi è importante perché è proprio in tale occasione che probabilmente conosce il percussionista Pierre Favre, destinato a diventare poi suo compagno di vita e di attività musicali. Altro elemento importante da cogliere riguarda la personalità del leader, Michel Portal, che non era soltanto un improvvisatore di stampo jazz ma pure uno strumentista impegnato al fianco di compositori 'accademici' come Luciano Berio, Mauricio Kagel e Karlheinz Stockhausen, e questo lascia adito al presupposto che Tamia non frequentò negli anni successi ambienti esclusivamente jazz, ma piuttosto quei settori della musica che facevano esercizi d’equilibrio fra jazz, rock sperimentale e musica contemporanea (1).
Sono comunque tutte supposizioni e bisogna saltare al 1978 per trovare nuovamente una sua traccia discografica, questa volta si tratta di un vinile a suo nome intitolato semplicemente "Tamia" e pubblicato su un marchio personale denominato T Records, ma proprio la specificità che rende questo vinile inclassificabile fa pensare che tali supposizioni rispondano alla realtà. Il disco contiene tre tipologie di brani: per solo voce (Lullaby for Igor, Chant de Pierres, Arabesques, Shakuhachi Song, Jew’s Harp, Gun Powder e Be Bop et Lulla), per la sua sola voce sovraincisa (Narcissa Solis) e per un coro di 17 voci (First Polyphony) (2). La dimensione per solo voce si può rapportare a quanto andavano facendo nello stesso periodo Demetrio Stratos e la Meredith Monk di “Songs From The Hill”, e con quest’ultima esistono pure delle coincidenze nell’intitolare qualche brano: Jew’s Harp e la Lullaby (che nel caso della Monk non è però indirizzata ad ‘Igor’). Narcissa Solis fa mostra di un goticismo che, in First Polyphony, si spinge ancor oltre in senso demoniaco, con grugniti e sospiri ciclopici a farla da padrona. Si tratta di due episodi veramente intensi e travolgenti, la cui forza non sarà più raggiunta in nessuno dei dischi successivi.
Il successivo “Senza Tempo”, del 1981, riprende soprattutto il tema del monologo a più voci già esplorato in Narcissa Solis, e lo fa utilizzando come base alcune registrazioni di solo voce effettuate durante il parigino Autumn Festival del 1979, chiaramente con aggiunta successiva di sovraincisioni. Gli otto brani del disco (Madrugada, Appels, Out Of Air, Lamento, Stray Wind, Dance e Chant Pour Une Étoile) mostrano una notevole capacità di scrittura, ben attenta ad evitare che il tutto si risolva in una semplice dimostrazione di alta tecnica vocale. Vocalizzi celestiali, vocalizzi aspri, strida e sospiri... sono vari gli stili e varie le metodologie che si intrecciano e si sovrappongono a creare questi quadri surreali e li dotano di una bellezza agghiacciante.
Con "Senza Tempo" si conclude la ricerca in solitudine ed inizia la fruttuosa collaborazione con il percussionista svizzero Pierre Favre che, per quanto posso intuire, diventa anche il suo compagno di vita. Favre è uno di quei percussionisti che amava circondare gli elementi base della batteria con pareti di gong, campanelli, campanellini e chincaglieria varia, un altro esempio a tal proposito è il Frank Perry di quegli Ovary Lodge ai quali accenniamo nell'altra parte di questo stesso articolo, e la sua attitudine spinge la stessa Tamia verso latitudini meno glaciali. Il primo passo di questa collaborazione (“Blues For Pedro Arcanjo” del 1983 uscito ancora per T Records, ma in coproduzione con Gemini) ha in realtà poco a che vedere con altri duetti a base di percussioni e voce, ma è un autentico duo strumentale che, al contrario, può far pensare ai dischi di Don Cherry con Ed Blackwell. La voce di Tamia si fa più negra (3), giustificando così l’utilizzo di un titolo estremamente eloquente, e i due raggiungono vertici assoluti nello struggente Chant D’Exil e nella ancor più sanguigna dedica al personaggio di Jorge Amado.
In realtà non servono molti accorgimenti per rendere il tutto più gentile, soprattutto se viene deciso di affidarsi alla produzione di Manfred Eicher e alla pulizia di suono tipica degli studi ECM. È così che nel successivo “De la nuit… le jour” (del 1988) alcune asperità appaiono smorzate in virtù di una delicata vena dai riverberi ambient. E già la confezione che rinnega la povertà delle precedenti, in favore di una copertina apribile e arricchita da un libretto con scritti ed immagini, annuncia inequivocabilmente questa inedita affabilità. Il disco (che in qualche modo ricorda vagamente anche la Third Ear Band) rimane comunque ottimo, e brillano soprattutto le atmosfere danzanti e gioiose di Wood Song e Yemanjá. Per quanto riguarda il vocalismo di Tamia c’è da notare, accanto all’utilizzo di melodie più cantabili ed eteree, una ripresa di quelle tecniche di sovrincisione già sperimentate nei primi dischi e che vengono alternate all’utilizzo della voce nuda e cruda. Per quanto riguarda Favre, lo svizzero può solo confermare la sua natura di percussionista ricco e fantasioso, e le registrazioni non possono che esaltare i mille particolari e le mille coloriture insite al suo percuotere pelli, legni e metalli. È strano come, in un momento in cui certe sperimentazioni vocali vanno incontro ad un certo successo (sia in ambito più sperimentale, vedi Diamanda Galas, sia in ambito più new age / mainstream, vedi Enya), questo disco subisca praticamente una congiura del silenzio.
Nella copertina del successivo “Solitudes”, pubblicato ancora su ECM nel 1992, i due appaiono quali 'innamorati malinconici', e la musica contenuta nel disco (questa volta si tratta di un CD) segue la linea del precedente, accentuandone magari la cantabilità mentre la durata dei singoli brani, che scema mediamente, sembra pilotarli in direzione della forma ‘canzone’. Nell'insieme si nota un maggiore bilanciamento fra le parti in duo, quelle per sole percussioni e quelle per solo voce ed è incredibile, ancor più rispetto al suo predecessore, notare come questo disco sia passato inosservato. Tra i titoli (Drame, Clair-obscur, Pluies, Allegria, Erba luce, Sables e Solitudes) c’è pure spazio per una delicata ripresa di Chant d’Exil.
Termina qui l’avventura musicale di Tamia, o almeno io non ho altre notizie, ma visto il carattere schivo di questa francese rientrerebbe nella logica un suo estraniarsi dalle attività conseguente all’invasione di nuove generazioni aggressive e più compiacenti nei confronti di pubblico e critica. A questo proposito mi ricordo di un concerto a Pisa, in duo con Favre, e soprattutto ricordo bene come le loro eleganti tessiture furono stroncate impietosamente da un mio amico che si era aggregato alla nostra spedizione per seguire i moti più sanguigni dell’improvvisazione.
Ma prima di chiudere mi devo brevemente soffermare sulla partecipazione a due progetti collettivi di cui ho notizia: "Topology" e “Annìnnìa”.
“Topology” (1981) è un episodio del progetto Po Music di Joe McPhee. Il doppio vinile (hat Hut Records) contiene alcuni brani originali, oltre ad una ripresa della mingusiana Pithecanthropus Erectus. Una particolare importanza nell’ensemble, oltre al leader, è rivestita dal chitarrista Raymond Boni, dal sassofonista André Jaume, dal trombonista Radu Malfatti e dalla pianista Irène Schweizer. Tamia, semplice comparsa, è ascoltabile insieme a Pierre Favre nel lungo brano, dal piglio ayleriano, che intitola il disco e che occupa per intero il secondo dei due vinili. Il disco, miscellanea di new thing, jazz chicagoano e ‘improvvisazionismo’ europeo, è comunque ottimo.
Altrettanto interessante appare "Annìnnìa" che, invece, sembra rifarsi a grandi ensemble inglesi dei primi anni ’70, quali Centipede e Mike Westbrook's Orchestra. Si tratta di un progetto del sardo Paolo Damiani che, per la realizzazione dello stesso, approntò una Musica Mu(n)ta Orchestra comprensiva di quattro strumenti ritmici, quattro strumenti solisti e quattro voci femminili (oltre a Tamia v’erano Lauren Newton, Norma Winstone e Lucilla Galeazzi). “Annìnnìa”, che in sardo sta per ‘ninnananna’, era una composizione di circa 1 ora e 50 minuti, eseguita per intero il 31 Agosto 1985 al Rumori Mediterranei Jazz Festival di Roccella Jonica e solo in parte riportata su disco, che miscelava scrittura e improvvisazione collettiva, con spazi riservati anche all'inventiva dei singoli e con l'inserimento di parti registrate (una donna sarda che intona una ninnananna). Gli altri musicisti presenti erano Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Paul Rutherford, John Taylor, Claude Barthélémy, Pierre Favre e Lindsay Cooper.

(1) Clickando nell'immagine con scritto 'Cantare la Voce' aprite un allegato contenente una breve storia sulla sperimentazione vocale contemporanea, con tanto di consigli per l'ascolto.
(2) Fra i coristi c’è il Bernard Vitet di “A Chateauvallon”.
(3) Tengo a precisare che il termine negra (nigger) non è usato nel suo senso dispregiativo ma unicamente per fare una distinzione con nero (black) che potrebbe anche voler significare oscuro (dark).



ANGOLI MUSICALI 2016  

vonneumann  

figli di un dio minore: ut  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

figli di un dio minore: crust  

figli di un dio minore: antelope  

figli di un dio minore: kletka red  

figli di un dio minore: the blocking shoes  

figli di un dio minore: debora iyall / romeo void  

figli di un dio minore: stretchheads  

figli di un dio minore: bobby jameson  

figli di un dio minore: distorted pony  

figli di un dio minore: dark side of the moon  

figli di un dio minore: los saicos  

figli di un dio minore: the centimeters  

figli di un dio minore: chetro & co.  

figli di un dio minore: songs in the key of z  

figli di un dio minore: mondii  

figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

figli di un dio minore: bridget st. john  

figli di un dio minore: thule