drum, bass... and carmel    
di e. g. (no ©)




archeologia_pre_carmel
Carmel è il nome di una cantante inglese e, allo stesso tempo, è anche il nome del gruppo da lei formato insieme ad altri due musicisti all'inizio degli anni '80. Ne tracciamo un breve profilo poiché si tratta di una di quelle realtà che hanno raccolto molto poco rispetto a quello che era il loro valore. E quindi ci sembra giusto e doveroso che vengano riscoperti e che gli vengano tributati i giusti onori. Meglio tardi che mai, e quindi:
drum
Il batterista Gerry Darby nasce a East Finchley, un sobborgo nel nord di Londra, da padre giamaicano e madre inglese. Cresce quindi in un ambiente familiare multietnico che, oltre ai genitori, comprende anche due fratelli e due sorelle. Inizia giovanissimo a suonare la batteria come autodidatta all'interno di diversi gruppi, acquistando così familiarità con stili diversi che vanno dal Punk Rock, al Reggae, al Soul e all'Afro Rock. Non dovrebbe aver registrato nessun disco pre-Carmel, ma ha comunque l'onore di aver accompagnato sul palco Bob Marley, in quanto componente della 'Artist Security', quando suonò al Rainbow Theatre di Londra in quello che doveva poi essere uno dei suoi ultimi concerti.
bass...
Anche il contrabbassista Jim Parris (cugino di Gerry) nasce a East Finchley, da madre inglese e padre guyanese, e cresce in una famiglia multietnica con una sorella e due fratelli. Studia psicologia al Manchester Polytechnic ed è in questa contingenza che fonda il gruppo Bee Vamp (dove il nome, ripreso da un brano di Booker Little, e la formazione a base di batteria, chitarra, sax e contrabbasso fanno pensare che si trattasse un combo jazz) la cui attività si risolve nella pubblicazione di un EP, nella partecipazione al programma di John Peel ed in un singolo pubblicato a gruppo ormai sciolto.
...and Carmel
La cantante Carmel McCourt nasce a Wrawby, nel North Lincolnshire, il 24 Novembre del 1958 da madre inglese e padre irlandese. Cresce insieme a quattro sorelle, viene educata secondo i principi della tradizione cattolica irlandese e già in tenera età inizia a cantare nel coro della chiesa e nei festival locali. A 17 anni lascia la casa paterna e si trasferisce a Manchester per studiare pittura alla Manchester School of Art. È in tale contesto che si formano i Thunderboys, che in una enciclopedia letta vengono definiti come un gruppo di «clapping e gospel», laddove una formazione con chitarra, basso, batteria e due voci lascia pensare a qualcosa che ha a che fare con il pop e, vista la locazione ed il periodo storico, precisamente con il pop-punk e/o con il post punk mancuniano. Il gruppo lascia ai posteri scarsi reperti, probabilmente solo un 7 pollici e tre titoli in una compilation.
È quindi nel sottobosco musicale mancuniano che i tre si incontrano, e precisamente quando la McCourt e Darby suonano insieme ai Bee Vamp in alcune sessioni d'improvvisazione collettiva, ed è subito dopo lo split di questi ultimi che prende forma quel trio che, senza sforzare troppo le meningi, prende il nome direttamente da quello di battesimo della cantante.
Un trio sale e pepe, e non solo per il colore della pelle e dei capelli (bianco-latte e biondi per la cantante e nero nero-crespi per i due strumentisti) ma anche per una musica in grado di sintetizzare più tradizioni in modo estremamente colto e raffinato, eppure fluido e accattivante.
Il trio viene inserito in quel filone cosiddetto cool jazz-pop che, nello stesso periodo, annoverava fra le sue fila i nomi di Sade, Everything But The Girl, Style Council, Matt Bianco, Neneh Cherry, Weekend, Working Week e altri, e che rivestì un forte input per quello che fu il bristol-sound del decennio successivo (Massive Attack e Portishead innanzi a tutti).
I Carmel, rispetto agli altri gruppi citati, si distinguono sia per la qualità, sia per la raffinatezza e sia per il livello tecnico che contraddistinguono la loro produzione; ed è soprattutto la notevole e particolare voce della cantante - a volte un gutturale gemito dai toni rugginosi, altre volte un pastoso lamento in grado di ricordare le grandi voci del jazz e sempre ricca di numerose sfumature timbriche - che riesce a proporsi come tratto distintivo e qualitativo di livello superiore. Non starò certo a vaneggiare di capolavori discografici inesistenti, ma le loro produzioni comprendono sempre quelle due o tre canzoni la cui bellezza è ben al di sopra della media e che sono quindi degne di essere conosciute e ricordate anche da chi si ritiene lontano dai generi musicali più rappresentati nel loro mood. Generi musicali che possiamo inquadrare nelle tradizioni soul e jazz, ma anche nella psichedelia, nel folk, nello ska, nel r&b, nel rock, nel gospel, nel blues, nella musica africana, nella musica latina, nel reggae, nel funk e nel post punk. In pratica si tratta di un qualcosa che rompe con le regole dell’inquadramento in una tradizione ben definita e che potremmo già battezzare come post-everything.
Il trio si distingue subito, nel 1982, con un singolo prodotto da Paul Ablett dei Bee Vamp, presente anche come strumentista aggiunto al sax soprano, che vola di filato in testa alla classifica risevata alle produzioni indipendenti. Sul lato A c'è una composizione originale (Storm) e sul lato B l'azzeccato rifacimento di I Can’t Stand The Rain (una canzone di Ann Peebles, ripresa anche da Lowell George nel 1979 e da Tina Turner nel 1984). Dai Bee Vamp viene ereditata anche l'etichetta discografica che pubblica il singolo, la Red Flame, e quindi è chiaro che il trio parte con la strada già (un po') spianata. Storm, tanto per scrivere qualcosa a proposito dei due brani, è un lamento che può far pensare a Billie Holiday, mentre la cover è resa in modo molto percussivo e tribale. La busta che contiene il disco presenta, come immagine, il volto della cantante e lascia quindi intendere come la scelta del nome sia tutt'altro che casuale. In realtà l'idea è quella di puntare su un immaginario ben preciso che coincide con il volto (e quindi con il nome) della bionda front-woman.
Il mini LP eponimo, uscito sempre nel 1982 e sempre su Red Flame, rimane ad oggi il loro disco migliore. In questa circostanza la formazione è rigidamente a tre, con la voce che emerge quale unico elemento solista sopra il treno ritmico lanciato dai due strumentisti. Il disco contiene una versione di Storm registrata in concerto all’Hammersmith Palais, due cover e tre brani originali. Le due cover sono Tracks Of My Tears di Smokey Robinson, tratteggiata con punteggiature doorsiane, e una canzone degli anni '30, cantata a suo tempo anche da Billie Holiday e intitolata Guilty, qui resa in un'interpretazione che ricorda il vecchio jazz vocale dell'epoca in cui venne scritta. Ma sono proprio i tre brani originali, con i loro tratti percussivi e tribali, con la vocalità aggressiva e con un nervosismo tipicamente post-punk, che fanno la differenza e mostrano una formazione originalissima.
Il successo, di pubblico e di critica, di queste prime realizzazioni mette il trio sotto quei riflettori che da sempre le major puntano in ambiti indipendenti alla ricerca affannosa della prossima next big thing, ed a spuntarla è nell'occasione la London Records che nel 1983 li mette sotto contratto.
Il primo disco su London esce nel 1984, si intitola "The Drum Is Everything" e contiene importanti segnali di cambiamento. Innanzi tutto appare chiaro come la formula a tre fosse una scelta obbligata e non stilistica e, pur restando i componenti ufficiali del gruppo rigidamente circoscritti a quanto stabilito nella formula iniziale, in quasi tutti i brani del disco ci sono degli ospiti che, a seconda del caso, possono essere dei percussionisti, dei coristi, dei fiatisti o un organista. Il secondo segnale di novità sta nella scelta di un produttore di grido che, a conferma di una predisposizione post punk del combo, si orienta in questo caso sulla figura di Mike Thorne (che aveva già lavorato con Urban Verbs, The Wire, Soft Cell, John Cale, The The). I brani che preferisco sono comunque quelli in cui i tre restano scarnamente fedeli alla loro tradizione più scarna, e cioè gli splendidi rifacimenti di Stormy Weather (uno standard entrato nel repertorio di molte cantanti jazz) e The Drum Is Everything (del poco conosciuto pianista-compositore Lincoln Chase).
Tutto il disco è comunque su livelli più che buoni, con gli originali More, More, More e Bad Day, rispettivamente segnati dagli hammond di Peter Saunders e Steve Nieve, che diventeranno dei classici del loro repertorio destinati ad essere riproposti all’infinito nei concerti. L’hammond di Saunders spicca anche nella nuova versione di Tracks of My Tears. Ancora più che degni di nota sono Rue St Denis, con il toaster Crazy Joe, e la splendida The Prayer, che denuncia fin dal titolo tendenze gospel e che vede al lavoro i due percussionisti Isaac “Kofi” Osapanin e Johnny Folarin. Significativa è anche la ripresa di Willow Weep For Me, uno standard del jazz scritto negli anni '30 da Ann Ronell e entrato poi nel repertorio di Billie Holiday, Art Tatum, Ben Webster, Cannonball Adderley, Nina Simone, Dinah Washington, Frank Sinatra e molti altri. Il disco riscuote un discreto successo e si piazza al N° 19 delle classifiche inglesi, mentre due singoli tratti da esso (la singhiozzante Bad Day e la convulsa More, More, More) volano egualmente nelle prime venti posizioni.
Il successivo "The Falling" (1986) è ancora ambasciatore di novità, ad iniziare dall’ingresso in pianta stabile del tastierista e arrangiatore Ugo Delmirani, che introduce un mood più disteso situabile a metà strada fra Booker T. Jones e Jimmy Smith. In secondo luogo la produzione non è affidata ad un singolo nome ma è frazionata fra Brian Eno, Hugh Jones, David Motion e lo stesso gruppo (coadiuvato da Chris Porter). Le influenze post punk sono molto attenuate, per non dire che sono scomparse, per lasciare il posto ad una vena in certo qual modo romantica. Stranamente i brani prodotti da Eno sono quelli più gospel (Mercy e Easy For You) e altrettanto stranamente i migliori sono quelli affidati al produttore meno di razza (Motion) e sono I’m Not Afraid For You, un bellissimo lento, e Stick & Stones, un funky rallentato, languido e swingante. Ancora a distinguersi ci sono la cover dal repertorio di Randy Newman (Mama Told Me Not To Come) e l’hit single Sally (altro punto fermo nei concerti), mentre trovo decisamente inutile il semistrumentale Tok.
Se il successo in patria appare attenuato, il trio sembra invece conquistare nuovi consensi in Francia dove la ritmata Sally sale fino al 5° posto nelle classifiche dei singoli, e questo nuovo equilibrio, che sposta sul paese transalpino il baricentro della loro popolarità, favorisce la realizzazione di un duetto fra la cantante e la star francese Johnny Halliday (il corrispettivo di quello che in Italia è Celentano). Il risultato dell'incontro è una canzone, J'oublierai Ton Nom, che ad una settimana dalla sua pubblicazione staziona già nei primi posti della classifica francese.
"Everybody’s Got A Little… Soul" (1987) è il loro disco più jazzy e, al momento della sua uscita, anche il più compatto ed omogeneo. Contribuiscono al risultato la presenza di musicisti che possono ormai essere considerati come componenti effettivi del gruppo (Johnny Folarin alle congas, Beverley Skeete e Janice Hoyte ai cori e Ugo Delmirani alle tastiere innanzi a tutti) ed il ritorno ad un produttore unico con il già collaudato Mike Thorne. Se un difetto si può trovare sta nell'assenza di brani trainanti, in favore di un assestamento uniformato su buoni livelli, ad esclusione forse del rifacimento di It’s All In The Game (canzone portata al successo a fine anni '50 da Tommy Edwards ed in seguito ripresa anche da Van Morrison) e di Every Little Bit che è basata su Cantaloupe Island di H. Hancock. Impossibile, infine, non segnalare anche il rifacimento di un Azure firmata Duke Ellington, anche perché il suo autore sembra rappresentare in questa fase una delle massime influenze del trio.
Il successivo "Set Me Free" (1989) viene definito su Q Magazine come 'incendiario'! Difficile condividere in pieno l'entusiasmo della rivista inglese, considerando che il disco rappresenta lo zenith di una sofistificazione crescente (sulla quale non ci siamo soffermati, ma che il lettore dovrebbe aver comunque inteso leggendo con attenzione le nostre parole), una tendenza alla sofisticazione che nell'occasione è ben individuabile nella messa in campo di sezioni d'archi e di complessi giochi di tastiere. La produzione è nuovamente sfrangiata fra più nomi, con la conferma di Mike Thorne (2 brani), il ritorno di Brian Eno (2 brani), il coinvolgimento del vecchio produttore soul Pete Wingfield (Dexys Midnight Runners, The Housemartins, Van Morrison... 2 brani) e l'ascesa di Jim Parris (4 brani). You Can Have Him (scritta da Bill Cook e nel repertorio di varie cantanti jazz) e I Have Fallen In Love (Je Suis Tombée Amoureuse) sono, con la produzione di Thorne, i brani maggiormente fedeli alla tradizione più soul del trio, mentre in God Put Your Hand On Me e Take It For Granted un Brian Eno eccessivamente tastieroso personalizza un po' troppo il mood a sua immagine e somiglianza. I numeri migliori escono dal cilindro di Parris, e sono esattamente la vaporosa e deliziosa If Birds Can Fly (uno dei loro migliori brani in assoluto) e One Fine Day (dedicata a Harvey Milk, il consigliere comunale omosessuale di San Francisco che venne assassinato il 27 novembre 1978). Scopriamo così un altro aspetto dell'universo Carmel, e cioè quello legato a motivazioni prettamente sociali e politiche.
Nel 1990 la London pubblica una raccolta intitolata semplicemente "Collected". Da un punto di vista pratico, la raccolta è ottima, con i musicisti stessi che stendono un breve commento per ogni singolo brano. Purtroppo c'è poco di inedito, o comunque di non già presente negli album, giusto il duetto con Johnny Halliday e qualche versione alternativa. Ma il difetto peggiore della raccolta sta in una selezione che privilegia l'ultimo "Set Me Free", 6 brani su 13, limitandosi a riprendere solo altri sei brani, 2 per album, dai precedenti lavori. Restano così tagliate fuori canzoni significative come Stormy Weather, Tracks of My Tears, Stick & Stones e The Prayer. Quindi, dal momento che non si tratta neppure d'una raccolta di singoli o di lati B, è difficile comprendere il criterio con il quale questa raccolta è stata assemblata. Molto prosaicamente è comunque possibile individuare il motivo della pubblicazione nel passaggio della London Records, avvenuto nel 1989, dalle fila del gruppo Polygram a quelle del gruppo Warner. I nuovi gestori si trovano fra le mani un gruppo che ha appena pubblicato un disco ed è probabilmente impreparato a realizzarne un altro in tempi abbastanza rapidi, e quindi cerca di ammortizzare i tempi d'attesa attraverso questa strana raccolta.
A conferma di ciò il nuovo disco del trio viene pubblicato nel 1992 da uno dei marchi legati al gruppo Warner, quello East West. Si tratta del loro miglior disco, escludendo il primo mini LP e le successive pubblicazioni registrate in pubblico. L’etichetta mette a disposizione gli studi Bavaria di Monaco dove “Good News” viene registrato in presa diretta sotto la supervisione di un ormai maturo (al ruolo di produttore) Jim Parris. Per la prima volta non ci sono cover e ne viene fuori il loro parto più solare, sciolto e fresco, un filo sospeso fra pop e reggae. Impossibile trovare cadute di tono, se pure alcuni brani si segnalino per una inavvertibile marcia in più. Mi riferisco allo splendido reggae-pop Heaven, alla polemica Letter To Margaret (vedete un po’ voi a quale Margaret è diretta), alla giocattolosa Circle Line (che prefigura scenari futuri) e ad una title track nel cui testo vengono citati Edith Piaf, Bob Dylan, e i due Morrison (Jim e Van). Ma il miracolo vero è forse in You’re On My Mind, dove la voce della cantante torna a dettare con il toaster Crazy Joe, facendo seguito ad un intuizione già abbozzata in Rue St Denis (su “The Drum Is Everything”); la voce di Carmel si fa indolente, e questo abbandonare la tipica spocchia britannica ce la fa apparire quasi sensuale, dove in altre occasioni ci era un po’ sembrata come la moglie dell’avvocato Archie Leach.
“World’s Gone Crazy” (1995) segue le stesse linee base, senza però replicare la bontà del disco precedente, e comunque si presenta come il loro prodotto più accattivante. In realtà segue le stesse linee base solo in quanto a stile, ché invece torna ad affidarsi ad una sequela di produttori che cambiano da un brano all'altro (si riaffaccia anche Mike Thorme) e ad una strumentazione più complessa e ben infarcita di ospiti, e il tutto finisce per apparire come una scatola quasi vuota racchiusa fra le due ottime cover che stanno all’inizio ed alla fine, If I Don’t Have You di Gregory Isaacs e If You Don’t Come Back (Si Tú No Vuelves) di Miguel Bosé. Per il resto si apprezza sempre la tensione dei testi, con argomenti che vanno dagli abusi sessuali di un padre sulla figlia (Jacqueline) ai vari mali che infestano il mondo, e con omaggi diretti al continente nero (Africa, ma li preferivo quando questi omaggi erano meno diretti ma anche meno enjosi). E si apprezzano anche le innate capacità degli strumentisti, e soprattutto della cantante, ma le musiche e gli arrangiamenti mostrano ormai una certa vacuità. Da sottolineare è soprattutto la presenza incisiva del chitarrista Paul Baylis, già utilizzato in modo più parco nel disco precedente, che indirizza il suono verso soluzioni troppo abusate. A chi dare la colpa di questo impoverimento? Sarebbe troppo facile darla alle esigenze ed alle pressioni dell’etichetta discografica, che comunque qualche colpa dovrebbe pur averla, e credo che siano invece dovute soprattutto al cambiamento dei tempi ed all’incapacità da parte del gruppo di stare aggiornato rispetto a quelle che sono le nuove tendenze (drum'n'bass e trip hop), da una parte, e alla diaspora imposta ai tre dalle rispettive vite familiari (se nulla è cambiato Gerry Darby vive a Manchester, Carmel McCourt vive a Stockport, sempre nella zona di Manchester, mentre Jim Parris vive a Barcellona), e converrete che non è facile continuare a fare buona musica pop nello stesso gruppo quando non si condividono più quei retroterra sociali e culturali che funzionavano un po’ da input primario. Per cui “World’s Gone Crazy” ha tutta l’aria del disco assemblato per mantenere fede agli impegni più o meno presi con l'etichetta discografica. Termina così la discografia di studio di questo singolare gruppo, ma non la discografia che prosegue con degli strascichi rappresentati da alcune registrazioni in pubblico che, a volte, sono addirittura superiori a quelle che abbiamo fin qui analizzato.
Sicuramente (superiore) lo è un "Live In Paris" registrato al New Morning Club di Parigi nei giorni 7 e 8 Dicembre del 1990, ma pubblicato soltanto nel 1997 dalla Musidisc. Si tratta di un disco straordinario che evoca un altro fantasma, ed esattamente, sentite un po', quello di Jim Morrison. Basterebbe fare attenzione ad alcuni passaggi di Bad Day e Sticks & Stones per convincersene, ma è negli 11 minuti di una splendida Tracks Of My Tears che l'influenza doorsiana esplode con tutta la sua carica travolgente. Come si può già intuire il disco passa in rassegna quelli che sono i momenti migliori nella storia del gruppo, e gli altri titoli che fanno bella mostra di sé sono I'm Not Afraid, It's All In The Game, More More More, Sally e If Birds Can Fly. Ma il disco brilla anche per la presenza di alcuni ottimi inediti quali i poetici Lullaby e Rekindle Your Youh (il secondo su musiche di Dollar Brand) e i più ritmati (e funkeggianti) Stand Together e Sugar You're Sweet.
Il secondo album live è registrato al Ronnie Scott (uno dei templi inglesi della musica jazz) nel Dicembre 1997 per essere poi pubblicato su Castle Music nel 2003. "Live At Ronnie Scott's" è più compatto, rispetto alle atmosfere dilatate di "Live In Paris", e rappresenta una specie di antologia della musica nera, nel suo fare la spola fra Blues, Soul, Funk e Reggae. il repertorio è ovviamente centrato sui dischi dell'ultimo periodo (Heaven, If You Don't Come Back, World's Gon' Crazy...), ma non mancano un'ottima puntata all'indietro (l'immancabile Sally) e numerosi inediti, come il blues Big Belly Woman, una Save Me che non fa rimpiangere le versioni di Aretha Franklin e Julie Driscoll, il funk You Promised Me The World, le passionali Spanish Cafe e Tango (che, a dispetto del titolo, è una ballata molto bluesy), addirittura una discesa nei gironi del folk più torrido (Wild Country) e la tenerissima Honeysuckle (arrangiata dal vecchio Pete Brown), a dimostrazione che Carmel McCourt, se vuole, sa essere piaciona e ruffiana quanto e più di Sade (il cantato in alcuni punti del brano ricorda proprio Sade, se pure a differenza di questa le sfumature che Carmel riesce a dare alla sua voce siano infinitamente più numerose e complesse). La formazione è ridotta ai minimi termini, con le sole tastiere di Joseph Ward a rinforzare il trio base, e la cantante si produce in una prova eccezionale, veramente massiccia e compatta.
Forse sarebbe meglio chiudere con questa ottima dimostrazione di classe, dalla consistenza sanguigna, e invece il gruppo (ormai ridotto a duo per l'abbandono di Gerry Darby) ci riprova con un DVD del 2003 nel quale appare in una formazione totalmente rimaneggiata che comprende un'alta percentuale di strumentiste donne (la tastierista Carol Donaldson, la sassofonista/flautista Helena Price, la batterista Sophie Hastings e la corista Shanks Gumaras). Questa volta il teatro del beau geste è il Cargo di Londra e il risultato delle registrazioni esce nello stesso anno per Secret Films, etichetta in qualche modo legata a Colin Newman (che, a giudicare dai ringraziamenti sparsi qua e là anche in precedenza, sembrerebbe essere un fan del gruppo). Il DVD, dal punto di vista della manifattura, è eccellente e, oltre all'intero concerto, contiene anche una lunga intervista a Carmel McCourt e Jim Parris. Purtroppo non si può dire altrettanto a proposito del concerto. Già il brano d'apertura - Tok, uno dei peggiori di tutto il repertorio - lascia presagire poco di buono. Il resto è un percorso attraverso l'intera carriera che fa più o meno tappa in i loro dischi, con aggiunta di due cover, dal carniere di Bob Dylan, non più che discrete (A Hard Rain's Gonna Fall e Not Dark Yet). Ma ciò che più delude è una presenza scenica abbastanza moscia, purtroppo messa ben in evidenza dalla scelta del formato, e la cantante ha un po' l'aspetto di quella che dalle mie parti si definirebbe come una ‘bricia fredda'. Ma non sarà certo questo quasi inutile strascico a proiettare ombre su un'intera vicenda costellata da autentiche perle.
Il gruppo continua comunque ad esibirsi nei club britannici e non è detto che non possa esserci anche un ritorno discografico. Nel loro sito web e nel loro my space potete trovare notizie, biografia, discografia, foto e notizie su altri progetti che, in qualche modo ed in particolare Jim Parris, li vedono coinvolti. Fateci una puntatina perché c'è davvero da divertirsi.

Sito web del gruppo: www.carmelband.com

Carmel my space: www.myspace.com/carmelband

Le informazioni contenute in questo articolo provengono dalle note allegate ai vari dischi del gruppo e da una breve monografia in lingua inglese consultabile su internet.



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