figli di un dio minore: songs in the key of z    
di mario biserni (no ©)




Duemila anno zero: non poteva esserci millesimo più indicato per pubblicare il libro “Songs in The Key of Z” da parte del giornalista americano Irwin Chusid. Ma pur usufruendo del chiarore provocato dai numerosi flash che esplosero in quelle notti fatali, o forse sarebbe meglio dire fatate, il libro ha presto seguito le orme del suo sottotitolo, The Curious Universe of Outsider Music, scivolando in quell’oblio destinato a tutti coloro che, volontariamente o involontariamente, vivono ai margini dell’ingranaggio socialmente organizzato.
L’argomento, converrete, era mastodontico e l’autore stesso mise le mani avanti premettendo che era impossibile trattarlo in modo esaustivo e che lo stesso concetto di outsider era soggetto a essere interpretato in modi diversi. Detto questo si adoprava per dare spazio, nelle compilation che fecero da contrappunto al libro, anche ad autentici unknown artist. Possono esistere soggetti più outsider di loro?
Come potete capire il libro offre il fianco a ben poche critiche … eppure è possibile fargli le pulci. Pignolo, direte voi. Preciso, rispondo io.
E non starò certo a battibeccare riguardo all’inserimento di artisti quali Syd Barrett, Captain Beefheart, Harry Partch, Skip Spence o Roky Erickson che, pur non avendo avuto un enorme successo di pubblico, hanno sempre avuto i riflettori della critica ben puntati sul loro lavoro. Non starò a battibeccare sulla presenza di questi nomi non solo, badate bene, perché nelle note introduttive Chusid si premunisce di parare il colpo, ma anche perché tutti loro hanno sicuramente avuto un rapporto come minimo conflittuale con il cosiddetto music business. Il vero problema non sta tanto sugli inclusi quanto sugli esclusi. Se l’autore del libro non può essere infatti accusato di particolari carenze rispetto alla scena yankee, almeno non più di tanto, numerose lacune affiorano riguardo a quella che possiamo definire come scena globale. Il difetto maggiore sta infatti nell’aver ristretto la propria indagine, tranne tre o quattro eccezioni, al solo circuito statunitense quando è evidente che, soprattutto in quella seconda metà del Novecento alla quale il libro fa maggiore riferimento, le più vaste riserve destinate agli outsider erano dislocate soprattutto al di fuori dei suoi patri confini. Se Irwin fosse stato più ferrato a livello di cultura musicale generale sarebbero potute venirne fuori delle autentiche perle, e un rocker come il nostro Ghigo Agosti o un cantautore come Francesco Currà avrebbero fatto la loro porca figura all’interno di questo stravagante universo. Anche restando legati al mondo americano qualche refuso c’è comunque stato, e dimenticanze come quelle relative a Moondog, Bobby Jameson e Caroliner pesano come macigni.
Un altro appunto può riguardare una certa imprecisione: perché nel caso di Syd Barrett, per esempio, viene riportata l’intera discografia, anche quella relativa ai suoi primi passi con i Pink Floyd, mentre per Skip Spence e Roky Ericson si sorvola su quelle che sono state le loro vicende discografiche all’interno di Moby Grape e 13th Floor Elevators?
Ma i pregi del libro sono nettamente superiori ai suoi difetti, in primo luogo l’aver gettato una pietra nella pozza stagnante della bibliografia pop, rimestando e facendo venire in superficie alcuni nomi la cui conoscenza appare indispensabile per coloro che seguono le vicende della musica indipendente. Al suo interno gli appassionati potranno sicuramente trovare numerosi gioielli e venire a conoscenza di validi artisti che magari hanno rappresentato un’influenza anche per alcune superstar del music business, scoprendo così che gli outsider possono essere addirittura dei primer.
Verrete a sapere, ad esempio, che David Bowie ha creato il personaggio di Ziggy Stardust ispirandosi al nome d’arte di Norman Carl Odam (The Legendary Stardust Cowboy). Oppure che il country-singer Peter Grudzien già dagli anni ’60 scriveva canzoni a contenuto omosessuale. Che dire poi di Shooby Taylor che sarà recuperato dai Dead Science, insieme ai quali inciderà il brano The Human Horn, di Wesley Willis, i cui materiali verranno ripubblicati dalla Alternative Tentacles di Jello Biafra, e di Lucia Pamela, alla quale gli Stereolab dedicheranno International Colouring Contest (nel disco “Mars Audiac Quintet”). Proprio quest’ultima è autrice di un unico album, “Into Outer Space with Lucia Pamela” del 1969, che narra di un immaginario viaggio sulla superficie della luna ed è un piccolo oggetto di culto (la versione in vinile viene venduta a colpi di 250 €). Lascio però alla curiosità dei lettori il compito di indagare ulteriormente sulle perle che “Songs in The Key of Z” nasconde fra le sue pagine.
Il libro, oltre che per gli appassionati, ha rappresentato anche una buona fonte di idee per i succhiaruote della critica, e mi riferisco a quei critici musicali, a dire il vero piuttosto numerosi, che non hanno la perspicacia necessaria per scoprire talenti e idee basandosi sui propri ascolti e fanno quindi affidamento su quanto viene scritto dagli altri.
In contemporanea con il libro venne pubblicato il suo contrappunto musicale con brani dei musicisti trattati che, in realtà, non erano però tutti rappresentati (per un probabile problema di diritti mancavano, tra l’altro, Harry Partch, Syd Barrett, Skip Spence e Roky Erickson). Due anni dopo uscì un secondo volume dove venivano riproposti alcuni autori già presenti nel primo CD, ma che era anche allargato ad artisti che non venivano affatto citati nel libro (The Space Lady, Bob Vido, Eddie Murray e altri). I due CD erano chiaramente prodotti dallo stesso Irwin Chusid.

BIBLIODISCOGRAFIA CONSIGLIATA:
• "Songs in the Key of Z" (Libro) – A Cappella Books 2000
• "Songs in the Key of Z" (CD) – Gammon Records 2000
• "Songs in the Key of Z Vol. 2" (CD) - Gammon Records 2002



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