figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)    
di mario biserni (no ©)




I tedeschi hanno avuto i Kraftwerk, gli americani hanno avuto i Devo, gli inglesi hanno avuto gli Ultravox, e i giapponesi? Beh, i giapponesi hanno avuto gli Hikashu che sono stati Kraftwerk, Ultravox e Devo allo stesso tempo. E molto di più! Perché gli Hikashu sono andati avanti laddove Devo, Kraftwerk e Ultravox si sono fermati. Innegabili sono infatti i richiami a Frank Zappa, Henry Cow e Kurt Weill, presenti nelle loro musiche, oltreché a tutte quelle combriccole definibili come patafisiche (dai Soft Machine ai Pere Ubu). Che dire poi di una voce pomposa e operistica che fa pensare ai Queen! E c’è pure dell’altro …
Ma andiamo con ordine.

Se è vero che tutte le strade portano a Roma (ma anche a Fighille, a Toppole o in qualsiasi altro buco di culo di posto di questo mondo), è altrettanto vero che se prendi quella giusta a Roma ci arrivi in breve tempo mentre se prendi quella sbagliata rischi di non arrivarci mai perché muori prima.
La strada che mi ha portato in braccio agli Hikashu è stata, ancorché imboccata fortunosamente, fra le più lunghe. La loro scoperta, avvenuta tramite il mini CD “4 Trck Bootlg”, risale al 1998. Seguivo già da tempo la scena giapponese ma, a differenza di nomi quali Zeni Geva, Ground Zero, Melt Banana, Merzbow, Acid Mothers Temple, Ghost, Ruins, Boredoms e Haino Keiji, gli Hikashu non avevano mai attecchito in occidente e il loro nome mi era sconosciuto. Il fatto che l’etichetta, la piccola Angelika Köhlerann, fosse dedita a pubblicare artisti più o meno esordienti e l’assenza di qualsiasi nota riguardo ai componenti del gruppo mi fece pensare a una fra le tante realtà alle prime armi. In verità devo dire che conoscevo Makigami Koichi, che all’epoca aveva già pubblicato alcuni dischi per la newyorchese Tzadik e collaborato con alcuni musicisti occidentali, ma non avevo collegato il suo nome a quello degli Hikashu. Questo collegamento lo feci solo tre anni più tardi, nel 2001, quando la stessa Tzadik pubblicò un intero CD antologico (con ben 22 titoli) dedicato alla loro musica. “Hikashu History” mi diede cognizione reale sulla consistenza del gruppo e rappresentò l’inizio della mia ricerca sulla sua attività. Ancor oggi, dal momento che in occidente restano comunque misconosciuti, quel disco è un ottimo punto di partenza per chi intende mettersi in viaggio.
Gli Hikashu si formarono intorno alla metà del 1978 da precedenti formazioni che ruotavano intorno ai due tastieristi elettronici Yamashita Yasushi e Inoue Makoto (i materiali incisi in tale periodo troveranno in seguito sistemazione sotto la sigla Pre-Hikashu). Nella prima incarnazione del gruppo ai due si aggiunsero Makigami Koichi (voce, basso, cornetta), Mitama Masamichi (chitarra) e Tobe Satoshi (sax alto, chitarra).
Dopo solo due dischi questa formazione cambiò per l’ingresso del batterista Sensui Toshiro. In seguito gli Hikashu variarono in continuazione i loro componenti, subendo anche l’abbandono dei due synthesisti e acquisendo sempre nuovi elementi (fra i quali il notorio Otomo Yoshihide) fino alla formazione attuale che, oltre agli unici componenti rimasti della formazione originale - Makigami Koichi (voce, cornetta, theremin) e Mita Freeman (aka Mitama Masamichi, chitarra) -, comprende Sakaide Masami (basso), Shimizu Kazuto (tastiere e clarinetto basso) e Sato Masaharu (batteria).
35 anni di attività e una produzione copiosa, così stanno le cose, tanto che sarebbe troppo verboso andare a spulciare nella loro discografia disco per disco, quindi cercherò di soffermarmi sugli LP e/o CD contenenti materiali appositamente registrati, tralasciando EP, raccolte, live, musiche di scena e quant’altro (tengo comunque a precisare che tutti i loro dischi sono degni di attenzione).
Innanzitutto vengono i loro primi tre dischi che, con la loro miscela di rock, jazz, musica giapponese e musica elettronica, rappresentano l’abc della new wave nipponica. “Hikashu” del 1979 e “Natsu” del 1980 catturano immediatamente l’attenzione per la presenza di numerosi brani immediati e trascinanti, a partire dal rifacimento della kraftwerkiana Model (in seguito gli Hikashu riprenderanno anche Radioactivity, sia in concerto sia in una compilation tributo al gruppo tedesco). Alcuni titoli fra i più rappresemtativi: Rhetorics & Logics, Losing My Future, Puyo Puyo, Yochu No Kiki, Alternative Sun, Pike, Mask e Marching Watermelon.
Il successivo “Uwasa No Jinrui” (del 1981) vide l’ingresso del batterista Sensui Toshiro, e la sua presenza diede al suono del gruppo un taglio meno elettronico. Il disco era ancora un ottimo lavoro, molto brillante seppure meno immediato dei suoi predecessori, e in esso sembrava convergere anche un certo cabarettismo alla Sparks.
A questo punto avvenne il divorzio dalla Eastworld (sottomarchio della potente Toshiba-EMI) e l’inizio di un periodo di forte instabilità. Oltre al neofita Sensui Toshiro abbandonarono anche Tobe Satoshi e Yamashita Yasushi, e la fuoriuscita di quest’ultimo diede un ulteriore, e ancor più forte, impulso alla de-elettronicizzazione del suono.
Il più fiacco “Mizu Ni Nagashite” venne pubblicato dal trio superstite, al quale si erano aggiunti il bassista Sakaide Masami più alcuni ospiti sparsi, soltanto nel 1984 per la piccolissima Eggman. Anche dal punto di vista dei risultati regnava una certa confusione e il disco è probabilmente il peggiore della discografia, con la musica che sembra adagiarsi intorno a una new wave le cui soluzioni fanno vagamente pensare ai Wall Of Voodoo.
Passarono altri quattro anni prima della pubblicazione del disco successivo (“Ningen No Kao”) da parte di un’altra piccola etichetta (la Koh Hak). La formazione era rinforzata da Nomoto Kazuhiro (alle ance) e Taniguchi Masaru (alla batteria), elementi che riportarono una certa vivacità oltre a permettere una sterzata in direzione funk e no wave, con incursioni nelle tradizioni popolari e nella fanfara zappiana. Purtroppo questa formazione venne funestata dalla prematura scomparsa del batterista, ma il disco aprì comunque una seconda fase altamente creativa.
Sostituito Taniguchi Masaru con il giovane jazzista Tsuno-Ken (Ken Tsunoda) gli Hikashu pubblicarono quindi altri tre ottimi dischi, ancor più orientati verso una no wave di marca jazz e free, sempre devoti alla freakerie di nonno Zappa, con un’attitudine teatrale operistica e/o circense e con qualche rimasuglio dell’elettro-wave originaria.
Nel primo “Teicho Na Omotenashi” (uscito nel 1990 su Vap) la line up è arricchita dalla presenza di un semi-esordiente Otomo Yoshihide (e c’è da dire che la presenza del dj-manipolatore si fa sentire, soprattutto a livello di orchestrazioni).
L’anno successivo è la volta di “Hanauta Hajime” (ancora su Vap). Otomo ha già preso il volo per altri lidi, ma in due brani compare come ospite Aki Takase (pianista jazz e moglie di Alexander von Schlippenbach).
“Acchi No Me, Kocchi No Me” del 1993 è infine foriero di numerose novità. Innanzi tutto si registra il ritorno a un grosso marchio discografico, il neonato ma già potente Tokuma Japan Communications, e in seconda battuta c’è l’abbandono di Inoue Makoto sostituito alle tastiere dal musicista tedesco di area classico-contemporanea Torsten Rasch. Con l’abbandono di Inoue Makoto viene a recidersi totalmente il cordone ombelicale che legava ancora gli Hikashu ai loro esordi new wave, e gli unici superstiti di quella prima formazione (Makigami Koichi e Mitama Masamichi, che ne frattempo ha cambiato il proprio nome in Mita Freeman) diventano tenutari assoluti del gruppo. Nel disco si registrano anche le presenze della cantante americana Lauren Newton e del violinista tedesco Hans-Jürgen Noack.
A suggellare quest’ottimo periodo gli Hikashu tornano su Eastworld per pubblicare “Retro Active Remix” e il curioso “Kawatteru” (una raccolta di brani completamente ri-arrangiati e ri-registrati), entrambi pubblicati nel 1996.
Segue un nuovo periodo di instabilità, segnato dall’abbandono di Torsten Rasch, che torna in Germania, e del batterista Tsuno-Ken. Anche Nomoto Kazuhiro, affetto da tumore, sarà presto costretto ad abbandonare l’attività (morirà a breve termine).
In quegli anni, segnati da una certa confusione e da una parziale inattività, stazioneranno brevemente in formazione il batterista Niida Kozo e il tastierista Yoshimori Makoto.
Se il decennio che va dal 1996 al 2006 rappresenta un periodo di stallo per gli Hukashu è, viceversa, estremamente fecondo per il loro leader Makigami Koichi che pubblica vari dischi a suo nome, collabora in numerose situazioni, si alleggerisce con la formazione Betsuni Nanmo Klezmer, da avvio alla Makigami Records e, soprattutto, si specializza come suonatore di theremin.
Quando, nel 2006, insieme ai rimasti Mita Freeman e Sakaide Masami, e con l’aggiunta del batterista Sato Masaharu, pubblica nella sua etichetta il nuovo disco degli Hikashu, questi sono una formazione rinnovata negli uomini, almeno in parte, nello spirito e, soprattutto, carica di nuova linfa.
Con il disco successivo si segnala anche l’ingresso di Shimizu Kazuto (tastiere e clarinetto basso), a completare il gruppo in quello che, ad oggi, è il suo periodo di maggiore stabilità. Negli OBI strip dei dischi di questo periodo sta solitamente scritto: «pataphysical songs and impro»; e direi che non esiste definizione migliore. Aggiungete un’attitudine performativa molto teatrale che fa pensare all’Art Ensemble Of Chicago, per via dei numerosi sketch, se pur sembri difficile conciliare questi ultimi con i Kraftwerk di partenza. “Ten Ten” (2006), “Ikiru Koto” (2008, con ospiti Ikue Mori e Okkyung Lee), “Ten Ten Ten” (2009), “Uragoe” (2012), “Bankan” (2013) e “Ikitekoi Chinmoku” (2015) rappresentano il momentaneo punto d’arrivo di un gruppo che ha saputo felicemente evolversi dall’originaria synth-wave a una delle più avanzate forme di musica progressive che si conoscono.
Mita Freeman ha maturato un chitarrismo che riesce a mettere insieme l’ordine glaciale di Robert Fripp e la libertà al calor bianco di Sonny Sharrock.
Makigami Koichi utilizza la voce come uno strumento, inseguendo la tradizione dei vari Demetrio Stratos, e al tempo stesso utilizza il theremin come se fosse una seconda voce.
Sato Masaharu è un batterista molto più afro, e più ricco di coloriture, dei suoi predecessori.
Aggiungete un autentico martello pneumatico, qual è il bassista Sakaide Masami, e un asso di cuori come Shimizu Kazuto, caldo e morbido, ma oscuro, al clarinetto basso e deliziosamente fluidificante e leggero al pianoforte e all’organo.
Blues, jazz, rock, tradizione nipponica e altre derivazioni vengono riletti e macinati con un’impostazione tipicamente dada, cercando comunque di dare sempre un senso al nonsense più irreale.

Un compendio essenziale all’ascolto degli Hikashu è rappresentato da alcuni dischi del loro frontman.
In “Minzoku No Saiten” (del 1982) Makigami Koichi è accompagnato da alcuni componenti del gruppo (Sensui Toshiro, Mita Freeman e Yamashita Yasushi), coadiuvati da altri strumentisti della scena giapponese. Meno elettronico, rispetto ai dischi contemporanei degli Hikashu, ci fa conoscere un cantante in bilico fra crooner e tradizione pop-jazz bianca (in scaletta anche una cover della notoria My Blue Heaven).
“Koroshi No Blues”, del 1992, è un viaggio in quella che è la forma canzone contemporanea (dalla tradizione brasiliana al noise). Gli ospiti rappresentano la crema del bel mondo che si muove in bilico fra jazz, art rock, klezmer e sperimentazione (Robert Quine, Steve Shelley, John Zorn, Mark Dresser, Kato Hideki, Otomo Yoshihide, Andy Haas, Anthony Coleman, Robert Previte, Guy Klucevsek, Mark Feldman, Jane Scarpantoni, Frank London, Marc Ribot, Nana Vasconcelos, Nicolas Collins, e molti altri). Il disco contiene la celeberrima Marianne incisa insieme ai PainKiller e a Keiji Haino.
“Moon Ether” del 2006 è un lavoro in completa solitudine per voce e theremin.
Riserverei invece i primi due dischi su Tzadik (“Kuchinoha” e “Koedarake”) solo ai più avventurosi, si tratta di sperimentazioni per canti di gola, per concentrarmi sul più vario “Tokyo Taiga” del 2010. Qui, in compagnia del batterista degli Hikashu Sato Masaharu e del siberiano Bolot Bairyshev, vengono stese tessiture fatte di canti sciamanici, set percussivi e delicate nenie crepuscolari (in un brano compare anche Udai Shika al violoncello).

Devo aggiungere per concludere che in Giappone gli Hikashu rappresentano una piccola istituzione e se queste mie storie fossero state dirette al pubblico giapponese non li avrei mai presi in considerazione. Però, lo sappiamo bene, il dio maggiore dei giapponesi è diverso dal nostro … per cui …. Va anche detto che se in passato procurarsi i loro dischi era un’impresa, almeno fino a pochi anni fa, oggi grazie al mercato globalizzato di internet non ci sono grandi difficoltà, anche se non tutto è disponibile a prezzi popolarissimi.


DISCOGRAFIA SELEZIONATA DEGLI HIKASHU:
• “ヒカシュー” (Hikashu) - LP (Eastworld 1980)
• “夏” (Natsu) – LP (Eastworld 1980)
• “うわさの人類” (Uwasa No Jinrui) – LP (Eastworld 1981)
• “水に流して” (Mizu Ni Nagashite) – LP (Eggman 1984)
• “人間の顔” (Ningen No Kao) – LP / CD (Koh Hak 1988)
• “丁重なおもてなし” (Teicho Na Omotenashi) – CD (Vap 1990)
• “はなうたはじめ” (Hanauta Hajime) – CD (Vap 1991)
• “あっちの目 こっちの目” (Acchi No Me, Kocchi No Me) – CD (Tokuma 1993)
• “転々” (Ten Ten) – CD (Makigami Records 2007)
• “生きること” (Ikiru Koto) – CD (Makigami Records 2008)
• “転転々” (Ten Ten Ten) - CD (Makigami Records 2009)
• “うらごえ” (Uragoe) - CD (Makigami Records 2012)
• “万感” (Bankan) - CD (Makigami Records 2013)
• “生きてこい沈黙” (Ikite Koi Chinmoku) - CD (Makigami Records 2015)

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA DI MAKIGAMI KOICHI:
• “民族の祭典” (Minzoku No Saiten) – LP (Eastworld 1982)
• “殺しのブルース” (Koroshi No Blues) – CD (Eastworld 1992)
• “月下のエーテル” (“Moon Ether”) – CD (Doubtmusic 2006)
• “Tokyo Taiga” – CD (Tzadik 2010)




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