die schachtel: della maggiore età    
di e. g. (no ©)



«…e pensate di rimanere legati alla ristampa di materiale d'archivio,
o avete in progetto anche la pubblicazione di cose nuove?

Sì, a partire dal prossimo anno abbiamo in mente di inaugurare una collana strettamente legata alle produzioni ‘nuovissime’…
»



+/-
Le parole riportate sopra sono tratte da un’intervista che facemmo a Fabio Carboni di Die Schachtel quando sia l’etichetta milanese sia questa no-zine stavano muovendo i primi passi rispettivamente nei terreni accidentati della produzione musicale e dello scriverne. Quei programmi, lì annunciati, sono stati pienamente rispettati e, in generale, sono avvenuti nella produzione Die Schachtel degli aggiustamenti di tiro che, comunque, rispondono a questioni affrontate in quell’intervista. Carboni, a proposito delle vendite, diceva che avvenivano «All’estero, in maniera pressoché assoluta», che «…i dischi in vinile si vendono pochissimo, molto lentamente e oltretutto hanno dei costi di realizzazione proibitivi» e che ci sarebbe stata un’apertura ad artisti non italiani «sebbene non si tratti di una cosa imminente».
Di conseguenza sembra logico che da allora la promozione venga rivolte soprattutto all’estero, con successo se oggi i dischi sono nel catalogo dei maggiori distributori internazionali, che la produzione di vinile sia stata pressoché abbandonata e che l’apertura del catalogo a musicisti non italiani sia stata molto mirata e avviata con moderazione.
L’allargamento della visuale produttiva ha reso necessaria una divisione del catalogo in collane che non sempre sono intelligibili (ma, mi rendo conto, è quasi impossibile essere chiari sotto tale aspetto). Andando adesso a un ripasso delle realizzazioni sfuggite alle mie / nostre mire recensorie cercherò comunque di seguire la traccia segnata da tali collane. Innanzi a tutto voglio però cercare di inquadrare la Die Schachtel all’interno di quella che oggi è la cosiddetta produzione indipendente.
Se disponiamo a ventaglio i vari marchi e al centro mettiamo una di quelle etichette poco selettive - cioè che pubblicano quasi tutto occupandosi della promozione e della diffusione ma facendo pagare il costo, parziale o totale, ai musicisti stessi - mentre a un estremo (destro o sinistro, è indifferente) mettiamo quelle etichette create appositamente dai musicisti per pubblicare i frutti del proprio lavoro, ecco che all’altro estremo troveremo quei marchi tipo Die Schachtel, i cui gestori sono molto selettivi nella scelta dei materiali da pubblicare però, di conseguenza, si sobbarcano in toto i costi della produzione e della promozione. Ho sentito qualche musicista lamentarsi dello spirito troppo selettivo che anima i proprietari della Die Schachtel, ma poi quegli stessi musicisti criticano la Creative Sources che fa sborsare i costi di produzione a loro stessi e non hanno neppure il coraggio di investire personalmente per pubblicare i propri dischi. In poche parole vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Mi pare chiaro che chi cava di tasca propria i soldini ha anche il diritto inappellabile di scegliere i materiali che, a suo giudizio, meritano di essere immessi in un mercato, oltretutto, ben più che saturo.

Entriamo ora nel merito del catalogo iniziando dalla Art Series (DSART), forse la collana più pasticciata, al cui interno si trovano autentici oggetti ad alto prezzo, come l’acquario sonico “Swimming Sounds” di Ennio Bertrand realizzato in 10 copieThe_Electric_Harpsichord firmate dall’autore, e CD a prezzo normale come “Radioland” di Stephan Mathieu e “Sound Sculpture” di Yuri Kalendarev, che si distinguono solo per la particolare cura riservata alle confezioni. Una delle realizzazioni più recenti è una lussuosa confezione, a prezzo medio alto, che contiene un LP con materiale d’archivio di Giuseppe Chiari (“+/-“), affidato alle esecuzioni pianistiche sia dell’autore sia di Giancarlo Cardini, Frederic Rzewsky e Daniele Lombardi, e un CD (“Costellazione”) dello stesso Lombardi (Chiari, Cardini e Lombardi sono tutti musicisti appartenenti all’ambiente sperimentale accademico fiorentino della seconda metà del ‘900).
Per cui, come potete vedere, l’idea dell’oggetto d’arte ad alto prezzo e a tiratura ultralimitata che sembrerebbe stare alla base della collana non sempre viene pienamente rispettata. L’ultima uscita è rappresentata da “The Electric Harpsichord”, un cofanetto in edizione limitata a 500 copie che contiene un CD con materiale d’archivio di Catherine Christer Hennix e un libro con scritture di La Monte Young, Henry Flynt e della stessa Hennix, il tutto è un tributo alla memoria di Pandit Pran Nath. Il CD contiene un brano di circa 25 minuti registrato a Stoccolma a inizio 1976, in presa diretta al Moderna Museet, con una tastiera elettrica Yamaha e un generatore di onde sinusoidali. Chiaramente i riferimenti sono da cercare nel primo minimalismo, in specie nella musica di La Monte Young, e va detto che per gli appassionati del genere si tratta di un acquisto imprescindibile. Si tratta comunque di una pubblicazione speculare a quelle di Mario Bertoncini e/o Alvin Curran e, come quelle, poteva benissimo stare nella serie principale.

Prima di proseguire la nostra ricerca è bene soffermarsi su due lavori al momento non legati ad alcuna collana: il DVD “Six Films” di Phill Niblock (DSV) e il cofanetto decuplo “Musica Improvvisa” (DSIMP).
Se leggendo del DVD di Niblock avete alzato la guardia, la qual cosa è successa inizialmente anche a me, rilassatevi pure e preparatevi a una piacevole sorpresa. Non sono competitivo per scrivere a proposito dell’arte minimale di Niblock trasposta in immagini, ma vi posso assicurare che il DVD offre un grande interesse anche per gli appassionati di musica. The Magic Sun (1966 – 68)six_Films è infatti un filmato con membri della Sun Ra Arkestra e con musiche della stessa mentre Max (1966 – 68) è un ritratto del percussionista Max Neuhaus, ancora con musiche dello stesso. Molto belli anche gli altri due ritratti: Annie (1968) e Raoul (1968 – 69), relativi rispettivamente alla ballerina Ann Danoff e al pittore Raoul Middleman. Completano il programma “Morning” (1966 – 69), con la partecipazione di componenti dell’Open Theater, e “Dog Track” (1969), con la voce narrante della favolista Barbara Ann Porte. I 17 minuti del filmato sulla Sun Ra Arkestra basterebbero a rendere il DVD indispensabile per tutti i musicofili.
“Musica Improvvisa” è la pubblicazione legata alla contemporaneità, escludendo quindi alcune ristampe, più importante e coraggiosa uscita per il marchio milanese. Si tratta di un cofanetto comprensivo di 10 CD (+ 1 DVD) dedicati all’improvvisazione sperimentale italiana che, a dispetto della mole, possiede molte virtù e pochi vizi.
Virtù: prendo a paragone il cofanetto, anch’esso decuplo e secondo me sopravvalutato, “Improvised Music from Japan” uscito a fine 2001. Lì i 10 CD erano divisi in un numero eccessivo di musicisti e quei brevi frammenti di realtà, dal momento che la musica improvvisata necessita di spazio e tempo, non rendevano possibile una valutazione sui singoli partecipanti. In “Musica Improvvisa” ogni realtà ha a disposizione un intero CD che le permette di esprimere il proprio valore con una certa attendibilità e il raffronto che trovo più obiettivo è con le raccolte dedicate alla musica contemporanea negli anni ’60 – ’70 del secolo scorso, come a esempio la serie “Avant-Garde” licenziata a cavallo fra i due decenni dalla Deutsche Grammophon (coincidenza vuole che l’etichetta milanese prenda il nome proprio da una composizione di Franco Evangelisti contenuta nel 4° volume di quella serie).
Vizi: nonostante i nomi coinvolti spazino per tutto il territorio nazionale, dando così un’immagine piuttosto attendibile rispetto a questo tipo di sperimentazione sonora in Italia, pure mancano all’appello due realtà importanti quali quelle che fanno capo alla fiorentina Burp e alla pordenonese Setola di maiale, laddove una loro presenza avrebbe reso il cofanetto praticamente perfetto. Inoltre la presenza femminile è limitata ai nomi di Sabina Meyer e Marina Peterson, per una percentuale di gran lunga inferiore rispetto a quella riferibile oggi alle donne in questo tipo di musica.
Ma vengo ai partecipanti, senza soffermarmi sui singoli e osservando soltanto che, pizzico di sale più pizzico di sale meno, la qualità dei 10 CD più o meno si equivale, e il cofanetto va così a fare davvero un blocco unico.
AMP 2Musica_Improvvisa da Palermo è un quintetto essenzialmente elettronico che comprende Gandolfo Pagano, Dario Sanfilippo, Domenico Sciajno, Antonio Secchia e Andrea Valle; Amuleto è un duo elettroacustico formato dal violoncellista Francesco Dillon e dal chitarrista Riccardo Wanke;
An Experiment In Navigation è un duo composto da Xabier Iriondo, a uno strumento creato da lui stesso e chiamato Mahai Metak, e Roberto Sassi alla chitarra;
seguono i napoletani A Spirale con Maurizio Argenziano, Mario Gabola e Massimo Spezzaferro, rispettivamente chitarra, sax e batteria;
e i senesi Ligatura con Alessandro Giachero (piano preparato), Maurizio Rinaldi (chitarra elettrica preparata), Andrea Lamacchia (contrabbasso e contrabbasso preparato) e Fabrizio Saiu (percussioni e batteria preparata);
è poi la volta di Ossatura con Gene Coleman al clarone e Marina Peterson al violoncello a dare man forte al trio di base formato da Elio Martusciello, Fabrizio Spera e Luca Venitucci;
Thau con Sabina Meyer, Hans Koch, Paed Conca e Fabrizio Spera;
Tumble, un duo con Attila Faravelli e Andrea Belfi;
Wintermute, trio milanese con Cristiano Calcagnile alla batteria, Massimo Falascone ai sassofoni e Xabier Iriondo al Mahai Metak, + oggettistica varia per tutti e tre;
e, infine, Xubuxue (CD + DVD) con Pietro D’Agostino (immagini), Marco Ariano (percussioni), Elio Martusciello (portatile) e Gianfranco Tedeschi (contrabbasso).
Appare evidente quanto già scritto sopra e anche la varietà di situazioni proposte, oltre alla presenza di collaborazioni estemporanee e inedite (tipo quella fra Belfi e Faravelli) che aggiungono pepe a un piatto comunque ben condito e appetitoso.
Musicautomatica
Ed entriamo nella Main Series (DS), essenzialmente destinata alla stampa e/o ristampa di opere della prima sperimentazione elettronica fatta in Italia, che dall’epoca della nostra intervista si è arricchita di pochi, ma importanti, numeri. Da segnalare la (quasi) chiusura delle pubblicazioni in vinile e la ristampa in CD, cofanettino con disco e succoso libretto, di quel “Musicautomatica” firmato Pietro Grossi che nella versione in vinile aveva segnato l’avvio dell’etichetta. Di altri dischi pubblicati sulla Main Series abbiamo dato notizia in sede di recensione (Teresa Rampazzi, Enore Zaffiri, Prima Materia, Art Fleury, Insiememusicadiversa, Gruppo d’Improvvisazione Nuova Consonanza e Mario Bertoncini), resta da dire di "Combinatoria", "Suoni di Frontiera", "Under The Fig Tree / The Magic Carpet" e "Live In Roma".
"Combinatoria" è un doppio CD che fa ulteriore luce sull'universo Pietro Grossi, un grande musicista che è stato in parte riscoperto dal pubblico più giovane anche grazie al contributo della Die Schachtel. In questo doppio lavoro si trovano numerosi frammenti sonori che documentano e la sua opera anticipatrice in ambito elettronico (intuizioni che precorrono vari stili, dalla musica per ambienti al minimalismo), ma anche il suo ruolo di insegnante, pigmalione e animatore di una scena povera di mezzi ma ricca di idee.
Seppure io pensi che il Claudio Rocchi migliore sia quello di “Volo Magico n. 1”, del quale s’è scritto nell’articolo dedicato ai cantautori, è anche vero che “Suoni di Frontiera”,Suoni_di_frontiera pur pieno di ingenuità, rimane uno dei manifesti della sperimentazione musicale in Italia. Direi addirittura che, come nel caso del primo Wyatt solista, sono proprio tali ingenuità a rendere il disco ancora fresco e frizzante. I brani sono tutti di breve durata e mantengono, o comunque si locano in zone limitrofe, l’aspetto della canzone. Direi che il tentativo, pienamente riuscito, è proprio quello di dare alla sperimentazione elettronica una forma popolare qual è quella della canzone. Gli esempi migliori in Tarantella e Canzone popolare, nel primo titolo c’è un suono che ricorda, o è, quello del marranzano mentre il secondo è basato su quegli intoppi sulla voce che oggi rappresentano il pane quotidiano per ogni dj-set. Comunque l’occhio di Rocchi è sempre attento a ciò che accade in giro e si intuiscono richiami che vanno dal minimalismo ai Kraftwerk. Insieme a “Dell’universo assente” di Luciano Cilio e “The Tail of the Tiger” di Prima Materia si tratta del miglior colpo gobbo realizzato dall’etichetta milanese riguardo alle ristampe di materiali sperimentali non prettamente accademici.
“Under The Fig Tree / The Magic Carpet" e "Live In Roma" sono praticamente l’uno complementare all’altro, un po’ come avveniva per il libro e per il CD “Arpe Eolie” di Mario Bertoncini. Con l’unica differenza che il libro e il disco di Bertoncini erano concepiti per essere venduti insieme mentre “Under The Fig Tree / The Magic Carpet" e "Live In Roma" sono concepiti per essere venduti separatamente. Si tratta di un vinile e un libro di Alvin Curran, il primo contiene materiali d’archivio dei primi anni ’70 mentre il secondo contiene scritti di Daniela Margoni Tortora, Eleonora Ludovici, Francesco Martinelli e lo stesso Curran, sia attraverso il breve Permesso di soggiorno sia attraverso un’intervista condotta da David S. Bernstein. Il libro contiene anche un archivio fotografico, un catalogo delle opere, una discografia, una bibliografia (scritti di e scritti su) e una filmografia (i film nei quali partecipa alla colonna sonora). Il tutto è molto accurato e è un’ulteriore dimostrazione di come i ‘due schachtel’ riservino un occhio di riguardo al pubblico di lingua inglese, mentre gli scritti che originariamente erano in italiano sono riportati in doppia lingua, italiano e traduzione inglese, l’intervista di Bernstein viene infatti riportata in inglese senza la traduzione. Come detto si tratta di un libro complementare all’ascolto sia del vinile sia di ogni altro disco di Alvin Curran, e è riuscito a vincere tutti i sospetti e la ritrosia che nutro nei confronti dell’editoria musicale. Per quanto riguarda il disco si tratta di una pubblicazione di valore inestimabile, sia come documento sia come qualità, contenendo proprio materiale appartenente al periodo romano di Curran. The Magic Carpet è, di fatto, la sua prima installazione; si tratta di una collaborazione con lo scultore Paul Klerr messa in mostra in una galleria d’arte romana nel 1970. Strutture sospese in aria, corde di vari materiali e campane tubolari, danno vita a infiniti flussi sonori di carattere aleatorio, qui naturalmente tagliati e adattati alla temporalità del vinile.Underneath_The_Surface Under The Fig Tree è una struttura concepita originariamente per una performance del trombonista Giancarlo Schiaffini, che doveva esibirsi in opposizione al nastro registrato, suonata interamente da Curran in un sintetizzatore VCS3 e registrata con un registratore multitraccia Revox; si tratta di un brano minimalista-melodico che ricorda il Terry Riley del periodo “A Rainbow in Curved Air”.

La Zeit Series (DSZEIT), iniziata con il notevole disco eponimo degli Å, si distingue per le fantasiose confezioni dai caratteri surreali. Dopo aver pubblicato ottimi CD di musicisti che abbiamo sempre seguito con attenzione (Christa Pfangen, Andrea Belfi, Stefano Pilia, Claudio Rocchetti, Alessandro Bosetti, 7k Oaks e Bachi da pietra), oltre al ritorno di Angelo Petronella proveniente dall’entourage degli storici Insiememusicadiversa, scoppia il cosiddetto fulmine a ciel sereno…
nome di battesimo: Attila (come il temuto – aborrito re degli Unni)…
cognome: un più insipido e italico Faravelli.
Ma basterebbe quel nome bellicoso a lasciar prevedere sfracelli e, escludendo ristampe e materiali d’archivio, il suo “Underneath The Surface” è il miglior pezzo pubblicato dalla Die Schachtel. Si tratta di un disco che contiene tutte le caratteristiche di una contemporaneità reale, cioè che non sta ancorata nel passato ma non prevede neppure salti in avanti o saracinesche in direzione della comunicatività. “Underneath The Surface” possiede la sobrietà del miglior minimalismo, l’audacia della migliore elettronica, la forza espressiva del miglior rock e la comunicatività del miglior pop, e è il classico disco che al primo ascolto ti fa pensare: «come vorrei averlo fatto io» (ma quanti pochi te ne capitano nella vita!?!!). In un delizioso concerto fiorentino Faravelli m’ha poi dimostrato che la sostanza e le capacità comunicative sono reali e non mediate dal supporto discografico. Una così alta capacità di esprimersi attraverso i suoni e le mani che li producono, ma questa è forse solo una mia impressione, potrebbe essere il modo di supplire a un carattere molto introverso e alla relativa difficoltà nel comunicare con le parole… e chissà che il titolo del disco non sia rappresentativo in proposito (buona domanda da porre al Faravelli in caso di intervista).
Se il CD di FaravelliOblivion è una fuoriserie non vuol dire che gli altri dischi pubblicati nella collana sono delle macchinuccie, tutt’altro. L’attitudine altamente selettiva mette infatti quasi al sicuro i responsabili dell’etichetta dal pubblicare materiali di scarso valore. Ho scritto quasi dacché anche loro son uomini, e in tal senso fallaci, e quindi la ciofeca ci può scappare. E anche in tal caso è bene non osservare le cose da un’angolazione eccessivamente personale. Io, per esempio, non avrei mai pubblicato il disco di Mathieu… che però è stato uno di quelli che ha venduto più copie. Cosa ne deducete, a parte una buona indicazione rispetto al mio scarso fiuto per gli affari?
Di notevole fattura, anche se al di sotto di “Underneath The Surface”, sono quindi anche gli atri tre dischi di cui vado a trattare: “Oblivion” dei 3/4HadBeenEliminated, “220 Tones” di Nicola Ratti e “Entelechy” dei 7k Oaks.
I tre quarti ritornano dopo l’esperienza negativa con Hapna - poco dopo la pubblicazione del loro disco l’etichetta a beccato casualmente il grosso successo commerciale e ha praticamente chiuso i battenti alla musica sperimentale - e la bella esperienza (vinile più CD) con Soleilmoon. L’incontro fra l’etichetta milanese e il supergruppo che gravita su Berlino era praticamente segnato da tempo, quindi nessuna sorpresa, e c’è solo da stupirsi per come la verve del quartetto, a una decina d’anni dalla sua formazione, resti intatta. “Oblivion”, poi, è un disco di psichedelia malata e stonata che si inserisce a pennello nella discografia del gruppo rispecchiando quello stato nebuloso di oblio annunciato fin dal titolo.220_Tones
Del notevole disco di Nicola Ratti s’è scritto di recente in una recensione e in un’intervista, c’è solo da aggiungere che lo stato di grazia del musicista, unito a quello di Faravelli, lascia ben capire come dalla collaborazione fra i due possa essere uscita una gran cosa come “Lieu” pubblicato da Boring Machines.
Restano fuori i 7k Oaks (Alfred 23 Harth, Luca Venitucci, Massimo Pupillo e Fabrizio Spera), e questo “Entelechy” migliora addirittura la loro precedente uscita per l’etichetta milanese. La loro miscela di free jazz, classica contemporanea e elettronica, che può ricordare vagamente i norvegesi Ultralyd, appare sempre più definita e interessante.

Eccoci in prossimità d’arrivo con la ‘geometrica’ Zeit Composers Series (DSZEITC) che dopo un inizio in sordina, da intendere come poco appariscente, ha recentemente messo in fila sei bei tomi di rigorosa compiutezza: “Null” di Luigi Archetti, “Neuma Q” di Osvaldo Coluccino, “Rimandi e scoperte” di Angelo Petronella, “On Debussy’s Piano And…” della coppia Thollem McDonas / Stefano Scodanibbio, “Death By Water” di Fabio Selvafiorita e Valerio Tricoli e “Joy Flashings” di Philip Corner e Manuel Zurria.
Il colpo gobbo, in questo caso, sembrerebbe stare nella collaborazione fra il pianista Thollem McDonas e il contrabbassista Stefano Scodanibbio, il primo nuova stella in ascesa della scena internazionale e il secondo realtà ormai affermata da anni, entrambi attivi in quell’area che delimita i confini fra jazz e classica contemporanea ed entrambi caratterizzati da un metodologia molto tecnica. “On Debussy’s Piano And…” non è certo un disco di facile ascolto,On_Debussy’s_Piano_And... ma la varietà dell’approccio agli strumenti messo in mostra dai due e la ricchezza delle combinazioni create danno voce a una musica talmente polimorfa e brillante da poter essere apprezzata anche dagli ascoltatori meno smaliziati. Il titolo, curiosità non secondaria, deriva dal fatto che il pianista utilizza uno strumento che fu di Debussy. Direi che il CD può piacere agli amanti di Cecil Taylor come a quelli di Luciano Berio, agli amanti di Charles Mingus come, per l’appunto, a quelli di Claude Debussy.
Luigi Archetti è un musicista svizzero ormai piuttosto noto che ha all’attivo , oltre ad aver pubblicato come solista per varie etichette elvetiche, tre CD in collaborazione con il violoncellista Bo Wiget (anch’esso svizzero) per la Rune Grammofon, un marchio piuttosto restio a pubblicare dischi di musicisti non norvegesi. Le sue filigrane di chitarra trattata pioveranno come la manna negli stereo di chi apprezza queste forme minimal-ambientali.
Anche con Angelo Petronella (al suo secondo appuntamento con Die Schachtel) e Osvaldo Coluccino si casca nel sicuro.
Petronella è una delle riscoperte dell’etichetta milanese, dapprima attraverso la ristampa di “Insiememusicadiversa”, progetto del quale Petronella aveva fatto parte, e poi con la pubblicazione nella Zeit Series del suo precedente disco solista intitolato “Sintesi da un diario”. La cosa che più sorprende, ascoltando il nuovo “Rimandi e scoperte”, sta nel riscontrare un musicista che, dopo più di trent’anni dall’avventura insiemista, riesce a restare aggiornato con l’evoluzione musicale avvenuta nel frattempo. La sua è una musica terrigna, che a tratti si distende per flussi e a tratti si frantuma in suoni più brevi sottolineati dall’eco di percussioni spicciole.
Anche Osvaldo ColuccinoJoy_Flashing viene da lontano, se non si tratta di un omonimo ha collaborato anche con Alice, e ha all’attivo composizioni suonate da varie orchestre ed ensemble e proposte in numerosi e importanti consessi. Il suo nome sembra avere un buon seguito anche al di fuori dei confini nazionali, almeno così mi fa pensare la citazione del suo nome da parte Simon Reynell di Another Timbre in una recente intervista. La sua è una musica elettroacustica fluida e cosmica che ha la profondità degli abissi marini e la spaziosità del cielo, mentre di entrambi, mare e cielo, possiede la trasparenza. La perfetta colonna sonora per un viaggio verso mondi lontani.
“Death By Water”, che vede al nastro di partenza la collaborazione fra Fabio Selvafiorita e Valerio Tricoli, è essenzialmente un montaggio di registrazioni d’ambiente dai caratteri molto strong, e se il titolo unito al particolare di registrazioni effettuate in buona parte a Venezia lascia correre la fantasia verso Thomas Mann, il suo ascolto fa ripiombare con i piedi per terra ed evoca brutalmente la forza distruttiva di uno tsunami in arrivo.
L’ultima uscita della Zeit Composers Series, e dell’intero catalogo, è pura avventura. I protagonisti sono un vecchio artista Fluxus (Philip Corner) e uno strumentista di formazione accademica (quel Manuel Zurria che aveva dato avvio alla collana con il triplo CD “Repeat!” dedicato ai compositori minimalisti), e l’incontro avviene in un terreno accidentato e cosparso di strumenti giocattolo, iPhone, bordoni, rumori ambientali, finanche voci bianche, il tutto a mascherare i flauti dell’italiano e a smascherare un’indole cageana nelle scritture dell’americano. Entrambi mostrano una curiosità da gatti in grado di salvarli dallo spaesamento dettato dall’estraneo e dal nuovo, e in grado di indirizzare positivamente quegli ‘attacchi di panico’ che un plausibile Zurria denuncia schiettamente nelle note di copertina. “Joy Flashing” mostra una squadra editoriale che, alla soglia del cinquantesimo disco prodotto, sembra tutt’altro che disposta ad abbassare la guardia e a farsi fuorviare dalla chimera del facile guadagno e continua a porre la ‘qualità’ come elemento essenziale in grado di indirizzare le proprie scelte.

È obbligo segnalare anche una piccola collana Printed Matters dove trovano sistemazione alcuni poster, in edizione limitata, che riproducono il design delle prime quattro realizzazioni per la Zeit Series.
Infine sono da segnalare le intense attività collaterali - distribuzione di vari materiali italiani ed esteri (dischi in primo luogo, ma anche libri, video e altro…) e organizzazione di concerti ed eventi – avviate con la collaterale SoundOhm.
Come concludere e quali somme tirare?
Mi pare ovvio che, in un frangente in cui l’economia nazionale sembra essere decisamente allo sbando, l’attività di questa piccola ‘azienda’ ha del miracoloso, soprattutto considerando che riesce a imporre una produzione altamente selezionata e specialistica presso un qualificato pubblico internazionale. Anche solo per questo motivo l’attività dei due milanesi (il già citato Fabio Carboni e Bruno Stucchi) andrebbe sostenuta a spada tratta. Gli appassionati di musica, poi, hanno anche ben altri motivi per dare il loro sostegno….



ANGOLI MUSICALI 2016  

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(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

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