4 donne    
di e. g. (no ©)





«My skin is black
My arms are long
My hair is wooly
My back is strong
Strong enough to take the pain
It’s been inflicted again and again
What do they call me
My name is aunt Sarah
My name is aunt Sarah

My skin is yellow
My hair is long
Between two worlds
I do belong
My father was rich and white
He forced my mother late one night
What do they call me
My name is Siffronia
My name is Siffronia

My skin is tan
My hairs alright, its fine
My hips invite you
And my lips are like wine
Whose little girl am I?
Well yours if you have some money to buy
What do they call me
My name is Sweet Thing
My name is Sweet Thing

My skin is brown
And my manner is tough
Ill kill the first mother I see
Cos my life has been too rough
Im awfully bitter these days
Because my parents were slaves
What do they call me
My
Name
Is
Peaches
»




Prefazione.
Quello riportato sopra è il testo di Four Women, la canzone di Nina Simone il cui titolo è stato preso a prestito per intestare questo articolo. In essa la cantante afroamericana stigmatizzava quattro stereotipi femminili all'interno della comunità nera, e alla stessa maniera l’articolo si sofferma sulla figura di quattro donne, che rappresentano materia emarginata, e comunque centrifuga, rispetto alla direttrice anglosassone, e maggioritaria, che ha fatto la storia, con tutte le sue contraddizioni, della musica rock: Laura Nyro (statunitense di origini italo-ebree), Nona Hendryx (statunitense di pelle nera), Buffy Sainte-Marie (canadese figlia di nativi americani) e Brigitte Fontaine (francese).


L’inquieta nottambula.
Figlia di un trombettista jazz, oltreché accordatore di pianoforti, fece fruttare tale eredità cantando, suonando il piano e scrivendo canzoni. Laura Nigro nacque nel Bronx e cambiò il proprio cognome in Nyro, evidente inglesizzazione, per sfuggire a quei pregiudizi, presunti o reali, infiltrati nella pelle incartapecorita di quel pubblico rock al quale era diretta la sua musica. Tale escamotage - e viene da pensare alla piccola Oum Kalthoum che doveva cantare vestita da uomo o a Billie Holiday che doveva dipingersi il volto di bianco o di nero a seconda del tipo di pubblico per il quale si esibiva – si rese necessario nonostante si trattasse di una ragazza prodigio; il suo primo disco, il cui titolo "More Than A New Discovery" mette ben in luce il taglio maturo che già possedevano le sue canzoni, risale infatti al 1966 quando aveva soltanto 19 anni (era nata il 18 Ottobre del 1947). E ciò, l’essere artisticamente matura a dispetto della giovane età, appare ancor più vero considerando che quattro di quelle canzoni entrarono immediatamente nel repertorio di Barbara Streisand (Stoney End), Blood, Sweat & Tears (And When I Die), Peter, Paul & Mary (And When I Die) e The 5th Dimnsion (Wedding Bell Blues e Blowin' Away). I discografici della Verve, succursale della storica Folkways, non furono rispettosi di quelli che erano i suoi intendimenti e, oltretutto, il disco risultò essere un flop, tali contingenze portarono ad un breve stop nella sua carriera e a un cambio di etichetta discografica.
Trovo che, a dispetto di tutto ciò, si tratti di un ottimo disco, equamente diviso fra canzoni lente e confidenziali e canzoni nettamente più ritmate, migliore dell'esordio di tanti dei grandi musicisti dell'epoca, Tim Buckley, Joni Mitchell, Bob Dylan, Van Morrison..., e credo che il suo insuccesso non sia da addebitare né alla produzione né a sue pecche intrinseche, quanto al carattere introverso della cantante che, complice una sua omosessualità repressa, male la disponevano nei confronti del pubblico, oltre all’essenza di una musica che non abbracciava la psichedelia allora in auge e neppure il rock cantautorale di discendenza country-folk. Nei suoi segni c’erano piuttosto il jazz, il soul, il rhythm & blues, il gospel, il doo-wop… Parallelismi si possono trovare in Carole King (che pubblicherà però il suo primo disco solo nel 1970) e, al di qua dell’Oceano, in Julie Driscoll, mentre Joni Mitchell ne sarà sicuramente influenzata più tardi, intorno alla metà degli anni ’70, al momento in cui si addentrerà nei meandri del jazz. Comunque alcune di quelle canzoni raggiunsero i primi posti nelle classifiche di vendita seppur, come abbiamo già osservato, nell'interpretazione di altri.
Aggiungo che, a causa delle sue idiosincrasie, la Nyro non raggiungerà neppure in seguito quel successo che gli spettava di diritto.
Passarono due anni prima che la Nyro si rifacesse viva con un nuovo album licenziato dalla più rampante Columbia Records. Le tinte della confezione, come nei dischi precedente e successivo, tendevano al nero, e la musica confermava l'autrice come un animo tormentato, che nell'occasione sfruttava la forma del concept per narrare i segreti nascosti nell'animo di un'adolescente. Il disco è quasi unanimemente considerato come il suo capolavoro. Si tratta di uno dei dischi rock (e se non proprio rock comunque rivolto a un pubblico rock) strutturalmente più complessi, sia per l’assetto sia per le tessiture affidate a un nutritissimo gruppo di sessiomen e di orchestrali. L'interesse per le orchestrazioni, già intravisto nel disco d'esordio, trova qui la sua massima espressione e il disco rappresenta anche uno degli esempi più riusciti per quanto riguarda le grandi orchestrazioni in ambiti limitrofi al rock. Inoltre si impone inequivocabile il gusto per le armonie vocali ereditato soprattutto dal doo-wop e da gruppi femminili tipo Shirelles, Supremes e Vandellas. Mediamente, rispetto al disco d’esordio, si tratta di canzoni più ritmate, ad esclusione di qualche lamento più bluesy o della rarefatta December’s Boudoir, dove ampio spazio è concesso al tandem pianoforte-voce.
“New York Tendaberry”, del 1969, è un opera chiaramente dedicata alla sua città natale. Il pianoforte, suonato dall’autrice, trova finalmente una sua centralità, e le canzoni recuperano l’immediatezza del disco d’esordio pur mantenendo la complessità strutturale di “Eli…”. La filosofia della cantante può essere racchiusa nella strofa «…the devil is hungry / the devil is sweet…» (da Gibsom Street), e trova espressione in un inquietudine segnata da forti contrasti, con cambiamenti umorali all’interno delle singole canzoni che portano a passare seccamente dal sussurrato all’urlato, dal duetto piano-voce al pieno orchestrale, dallo slow al fortemente ritmato. Soprattutto vengono qui a trovare definitiva sistemazione tutte quelle intuizioni e quella varietà d’influenze abbozzate nei due dischi precedenti.
Con questo trittico si consumò il suo periodo creativamente migliore e Laura Nyro, pur producendo ancora ottimi dischi, non seppe più esprimersi a tali livelli. Canzoni come Stoney End, Sweet Blindness, Poverty Train, Save The Country, And When I Die, Stoned Soul Picnic, Time And Love, Wedding Bell Blues, Buy And Sell, Blowin’ Away, Luckie, Lu, Eli’s Comin’, Once It Was Alright Now (Farmer Joe), You Don’t Love Me When I Cry, Tom Cat Goodby, Goodbye Joe e Captain Saint Lucifer, comunque, bastano e avanzano per renderla immortale.
“Christmas And The Beads Of Sweat”, del 1970, passò, dopo le tinte scure della trilogia iniziale, ad un bianco immacolato e ad una solarità appariscente e un po’ forzata ben rappresentata dal rifacimento di Up On The Roof (di G. Goffin e K. King), che sarà il suo unico singolo di successo. La Columbia credeva in lei nonostante le vendite non eclatanti, lo ribadirà tre anni dopo ristampando il primo disco con il titolo mutato in “The First Song, e il suo nome si è ritagliato uno spazio di rispetto all’interno della comunità musicale statunitense. È così che alla realizzazione del disco parteciparono nomi di spicco come Duane Allman, Felix Cavaliere (anche come produttore), Alice Coltrane, Dino Danelli, Richard Davis, Eddie Hinton, Barry Beckett…. Sembra che all’epoca venisse contattato anche Miles Davis, il quale avrebbe rifiutato un suo coinvolgimento perché non si riteneva in grado di aggiungere alcunché ad una musica ritenuta già compiuta fin nei minimi dettagli. Seppure l’urlo tormentato della donna poco ortodossa si fosse affievolito, risale a questo periodo una breve relazione con Jackson Browne, e il suono risulti banalizzato, il disco si fa comunque ascoltare con piacere e ricevette buone accoglienze da parte della critica.
Il successivo “Gonna Take A Miracle” del 1971 fece invece storcere la bocca a molti, sia all’epoca della sua pubblicazione sia in seguito; ingiustamente, perché trovo che si tratti di un ottimo excursus attraverso la rivisitazione di canzoni fondamentali per l’importanza avuta nella sua formazione e nella sua crescita artistica. Il disco venne registrato in collaborazione con il trio delle Labelle e contiene brani di, tra gli altri, Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Smokey Robinson, Jerry Leiber, Phil Spector e Holland-Dozier-Holland.
A questo punto il matrimonio con il falegname David Bianchini, un veterano della guerra in Vietnam, ebbe come conseguenza l’abbandono della carriera musicale e sembrò avviarla sulla strada della buona e sottomessa vergine maria.
Una riflessione su questo primo periodo artistico ce la fa pensare come una specie di Nick Drake d’oltre oceano, vittima di idiosincrasie e aspetti caratteriali che gli impediscono rapporti ruffiani e accondiscendenti con pubblico e industria discografica, con conseguente preclusione al successo di massa. E, al di là della comunque eccelsa trilogia iniziale, come per Drake il suo disco più coinvolgente e commovente è una perla realizzata in completa solitudine, cioè quel “Spread Your Wings And Fly”, pubblicato dopo la sua morte ma registrato nel 1971, che la ritrae davanti al suo pubblico del Fillmore East in un recital per solo pianoforte e voce. La scaletta comprende canzoni dai suoi dischi di studio e ottime puntate nel repertorio di altri musicisti, con ben due canzoni altrimenti inedite (American Dove e Mother Earth).
Il ritorno sulle scene coincise con il fallimento del matrimonio, che comunque le lasciò la gioia del figlio Gil. Ma a marcare la seconda parte della sua carriera musicale intervennero anche altri fattori, come la morte della madre in età ancora giovanile, l’abbandono della città per una residenza di campagna, la consapevolezza della sua vera sessualità che la portò nelle braccia della pittrice Maria Desiderio, con la quale instaurò una relazione della durata di quasi vent’anni, e il conseguente avvicinamento ai movimenti femministi e lesbici, con derive ambientaliste, animaliste e in difesa delle minoranze etniche (soprattutto dei nativi americani).
“Smile” (1976) mostrava tutte le difficoltà implicite a un ritorno in scena dopo un così lungo periodo di silenzio. Di esso si legge da più parti come il suo contenuto sia fatto di cover alternate a canzoni originali, in realtà l’unica cover è l’iniziale Sexy Mama alla quale seguono sette canzoni firmate dalla Nyro. Questo piccolo particolare mi fa pensare a come sia più facile fare del copia-incolla rispetto alla pratica di ascoltare i dischi e scriverne. Lo stesso vizio ha spesso portato a considerare il disco, semplicemente per definizione, come un’opera minore. “Smile”, invece, non è affatto un brutto disco. Caso mai può essere accusato di avere qualche rassomiglianza di troppo con la Joni Mitchell di “Hejira”, che è comunque un disco del 1976 e quindi gli è contemporaneo. Fra i vari motivi che ne fanno un disco interessante c’è un palese richiamo alla musica orientale, giapponese in particolare, espresso attraverso l’utilizzo di alcuni strumenti a percussione e di ben due koto, Nisako Yoshida e Reiko Kamota, che impreziosiscono la trama progressive di Smile. I temi cari alla nuova Nyro fanno la loro comparsa nei testi delle varie canzoni, soprattutto in The Cat-Song, e nella dedica alla madre dell’intero lavoro. Il tutto sembra più compatto, rispetto al passato, e laddove l’idea era quella di una musicista eclettica che si poneva in modo diverso di fronte ad ogni singola canzone, oggi viceversa è quella di una band-leader che cerca di compattare una band. Qualche musicista deriva dalle ultime sedute del pre-abbandono (il fenomenale contrabbassista Richard Davis, Joe Farrell…), ma per buona parte si tratta di gente nuova al suo entourage, e hanno inizio proprio qui alcune collaborazioni destinate a durare nel lungo periodo (con il chitarrista John Tropea e la percussionista cubana Nydia "Liberty" Mata).
Questi musicisti rappresentano le fondamenta del gruppo che l'anno successivo l'accompagnò in tour e l'aiutò poi nella registrazione del disco successivo, "Nested", pubblicato nel 1978.
"Season of Lights", il doppio LP registrato durante il tour, mostra un suono dal piglio più elettrico e sbilanciato in senso jazz-rock. Nessun inedito e ben sedici brani tratti dai vecchi album che, in questa veste, perdono le loro migliori caratteristiche e vengono appiattiti da esecuzioni accademiche fin troppo ‘perfettose’.
Anche "Nested" risente degli stessi difetti. Mediamente più ritmato del precedente disco di studio, con il mood che volge con più decisione lo sguardo al funk, seppure il risultato non possa essere definito propriamente come tale. Potremmo definirlo come un disco di jazz-funk, estraneo però alle intemperanze della nascente no-wave, e un titolo come Rhythm and Blues può ben essere indicativo dello spirito che anima l’insieme, esattamente quello di una musicista attenta e consapevole che i tempi stanno cambiando ma, allo stesso tempo, incapace di adeguarsi ad essi. Prosegue comunque la parata di stelle iniziata ai tempi di “Christmas And The Beads Of Sweat”, e nell’occasione si apprezza la presenza del vecchio John Sebastian all’armonica.
Due dischi è lo scarso contributo che una Nyro ormai persa dietro ad altre questioni, ed ormai decisamente fuori dai giochi, concede alla musica nel corso dei successivi quindici anni: "Mother's Spiritual" (1984) e "Walk the Dog and Light the Light" (1993).
Maria Desiderio riceve i ringraziamenti speciali della cantante in "Mother's Spiritual", album dedicato esplicitamente agli alberi e implicitamente alla madre, che sfoggia nientepocodimenoché Todd Rundgren quale cammeo di lusso. La foto di copertina, con una Nyro capelli al vento e tante collanine, lascia intendere come lei abbia fatto a ritroso quel percorso che portò Joni Mitchell dallo status di hippy a quello di ‘sophisticated lady’. Il disco è il più bucolico della sua produzione e si risolve in tiepide ballate pianistiche e in funk all’acqua di rose. Se gli arrangiamenti e le strutture musicali sono banalizzati, rispetto al passato, i testi si sono fatti più esplicitamente combattivi, con tanto ecologismo e una grintosa denuncia della falsa democrazia americana (The Right To Vote), ma anche con una delicata dedica al figlio Gil (To A Child…).
“Walk the Dog and Light the Light” è forse migliore, almeno per quanto riguarda la qualità delle canzoni, seppure percorra gli stessi sentieri musicalmente inoffensivi. I temi trattati sono quelli dell’ultima Nyro, e vivono il loro clou in Lite a Flame (The Animal Rights Song), nell’inno mestruale The Descent of Luna Rose, nell’inno femminista Louise’s Church, dedicato a Louise Nevelson, Billie Holiday e Frida Kahlo, e in Broken Rainbow, che reclama terra e libertà per il popolo Navajo. Alla consolle il celebre Gary Katz.
Fra i due dischi è dislocato il doppio LP “Laura Nyro Live At the Bottom Line” che venne rifiutato dalla Columbia e fu pubblicato dalla Cypress nel 1989 (a oltre un anno dalla sua registrazione). Del gruppo accompagnatore fanno parte alcuni musicisti che non appaiono nei suoi dischi di studio dell’epoca, ad esclusione della percussionista Nydia Mata, e si tratta di una formazione scarna con solo chitarra, chitarra basso, tastiera e batteria. La musica è altrettanto asciutta ed essenziale, e questo lo rende il suo disco più punk (attenzione, questo non vuol dire che si tratta di un disco punk). Nel peggiore dei casi può sembrare una Joni Mitchell più sprint (My Innocence / Sophia) e nel migliore una Susanne Vega più avventurosa (Roll Of The Ocean), e scusate se è poco. Vertici particolarmente coinvolgenti sono toccati in una rarefatta versione di And When I Die e in una Broken Raimbow dove la voce è accompagnata dal solo piano. La scaletta è equamente divisa fra canzoni del primo periodo, canzoni dei dischi più recenti e un buon numero di inediti.
Uno dei suoi ultimi progetti viene realizzato alla fine del biennio 1993 / 1994 e prevede dei concerti natalizi al Bottom Line con l’accompagnamento del solo pianoforte e di un gruppo di vocaliste chiamato ‘soulful harmony group’ (in numero di sei il primo anno e di tre il secondo), per nuovi arrangiamenti di canzoni già conosciute e piccole anticipazioni del nuovo disco, che non verrà mai portato a termine a causa della malattia che ne provocherà in breve tempo la scomparsa. Fortunatamente sia le registrazioni del Bottom Line sia le nuove canzoni non sono andate perse ma sono state sistemate dalla Rounder Records nel doppio CD “Laura Nyro Live / The Loom’s Desire” e nel postumo “Angel In The Dark” che, ironia della sorte, risulta essere il suo miglior album di studio dai tempi di “Smile”. Sarà il fascino delle ultime registrazioni non portate a termine, sarà lo stimolo esercitato su di lei da una morte ineluttabile, fatto sta che la scrittura torna a farsi brillante e imprevedibile, seppure resti lontana dalla vivacità degli esordi. Canzoni con l’accompagnamento del solo pianoforte si alternano ad altre con l’accompagnamento di un gruppo e, questa volta davvero, la scaletta è suddivisa fra scritture originali e numerose cover. Fra le prime sono ottime Angel in The Dark, impietosa attesa della fine, e Gardenia Talk, che fa il paio con Roll Of The Ocean, mentre fra le seconde si distingue soprattutto una Embraceable You che la lega definitivamente alle grandi interpreti della musica americana.
È praticamente impossibile riportare una lista completa dei musicisti che hanno subito la sua influenza, fra di essi ci sono Phoebe Snow, Joan Armatrading, Kate Bush, Janis Ian, Sandra Benhard, Suzanne Vega, Chaka Khan, Rosanne Cash, Jane Siberry, Lisa Germano, Me’Shell , Sheryl Crow, Tori Amos, Chryssie Hynde, Melissa Manchester, Rickie Lee Jones, Steely Dan, Todd Rundgren, Elton John, The Roches, Alice Cooper... Una curiosità, e una bella calata nella disomogeneità di tale lista, è rappresentata dal disco tributo “Time And Love: The Music Of Laura Nyro” del 1997 pubblicato su Astor Place (con un cast che va da Suzanne Vega a Dana Bryant).


La pantera nera.
Far seguire alla oscura e schiva Laura Nyro una leonessa come Nona Hendryx potrà sembrarvi un’incongruenza, ma in realtà fra le due vi sono più punti di contatto di quanto potete immaginare.
La storia di Nona Hendryx (Wynona Hendryx) inizia molto lontano e può apparire complicata. Possiamo tendere un nastro di partenza a Trenton nel New Jersey, intorno alla fine degli anni cinquanta, dove cantava all’interno del gruppo soul Del-Capris. È in quell’ambiente che venne contattata per unirsi, insieme alla compagna Sarah Dash, a Patricia ‘Patsy’ Holt e Sundray Tucker nelle Ordettes. Entro breve tempo la Holt cambiò il proprio nome in Patti La Belle e il gruppo diventò The Blue Belles. Ben presto vi fu anche l’abbandono della Tucker il cui posto venne preso da Cindy Birdsong e mentre Patty La Belle fu promossa al ruolo di leader, le quattro ragazze si inserirono in quel filone particolarmente raffinato della musica nera detto ‘philly soul’. Come conseguenza della riconosciuta leadership il nome del quartetto vocale divenne in un primo momento The Bluebelles, per poi mutare di disco in disco in Patti LaBelle & Her Blue Belles, Patti LaBelle & Her Blue Bells, Patti LaBelle & The Bluebelles….
Le quattro firmarono per la piccola Newtown Records e con I Sold My Heart to the Junkman (1962) azzeccano un buon successo. Ma il brano è soprattutto noto per la controversia che vi è legata, il produttore lo aveva fatto infatti incidere ad un altro gruppo, The Starlets, ma poi aveva preferito inserire nella musica originariamente registrata le voci di Patti & co finendo così nel mezzo di una bega legale. Nel 1963 venne pubblicata la registrazione in pubblico “Sweethearts Of The Apollo”, con altre quindici canzoni a fare da contorno al singolo di successo, subito seguita da un LP natalizio che, pur buono, fa la sua magra figura se confrontato a quello messo in commercio nello stesso anno da Phil Spector. Seguì un altro singolo di successo, Down the Aisle, un cambio di etichetta discografica che le portò alla Parkway, e la pubblicazione di un altro LP registrato in concerto, “On Stage” del 1964, che conteneva gli stessi titoli del disco precedente (con l’esclusione di The Jokes On You, Academy Award e Please Hurry Home, rimpiazzate da un singolo omaggio allegato al 12 pollici e contenente You’ll Never Walk Alone e Decatur Street).
Questa è la situazione quando le mette sotto contratto la Atlantic con l’evidente scopo di raddoppiare nel catalogo una soulsinger di successo come Aretha Franklin. Il risultato dell’avventura è riscontrabile nei due album “Over The Rainbow” e “Dreamer” (1966-1967). I due dischi, seppur ottimi, non ottennero comunque il successo sperato e alcuni equilibri finirono per rompersi. Cindy Birdsong abbandonò per unirsi alle Supremes di Diana Ross, e le altre decisero di proseguire come trio.
Passarono comunque quattro anni prima del loro ritorno in pista come Labelle, con un LP omonimo pubblicato su Warner. In realtà non vi fu un cambio reale di etichetta discografica, dal momento che la Atlantic era stata acquistata e faceva ormai parte del gruppo Warner. Ci fu invece un cambio di stile e di look. I caschetti allisciati cedettero il posto a teste cespugliose e ricce, a rivendicare una orgogliosa negritudine, mentre la musica prendeva derive più prossime al rock. Da interpreti qual’erano le tre si trasformarono con cautela in autrici delle canzoni che interpretavano, mentre in contemporanea facevano capolino le firme di Michael Zager & Aram Schefrin (Morning Much Better), Carole King (You’ve Got a Friend), Mike D’Abo (When The Sun Comes Shining Through), Laura Nyro (Time & Love) e Jagger & Richards (Wild Horses). Soprattutto il rock era vivo nelle caratteristiche dei musicisti d’accompagnamento, nella scelta di un produttore come Kit Lambert e nell’eliminazione quasi totale degli arrangiamenti orchestrali. Anche gli equilibri vocali si erano fatti più solidi e le performance erano più grintose e rocciose. Permaneva la tendenza a ritagliarsi un piccolo spazio all’interno dei successi altrui, e oltre ai titoli citati c’erano Heart Be Still di Lorraine Ellison, Running Out Of Fools di Aretha Franklin e If You Gotta Make A Fool Of Somebody di James Ray.
Ma, nonostante tutto, mi sento di affermare che da queste timide prime avances (Too many Days e Shades of Difference, la seconda firmata insieme a Patti LaBelle) nasceva la Nona Hendryx della maturità artistica. La conferma arrivò con il disco successivo, “Moon Shadow” del 1972, nel quale la Hendryx firmava ben sei canzoni su nove. Il disco confermava anche la sostanziale idea di soul-rock abbozzata nel precedente e conteneva Won’t Get Fooled Again di Pete Townshend e Moon Shadow di Cat Stevens (la nona canzone era di Sarah Dash).
Ma c’era ancora qualcosa che non funzionava e il gruppo faticava a decollare, tanto che veniva a termine anche il rapporto con la Warner. Nel frattempo c’era stata la collaborazione con Laura Nyro per “Gonna Take A Miracle” che, sicuramente, aveva portato loro nuovi crediti. Non fu quindi difficile trovare un contratto presso la RCA per la pubblicazione del nuovo disco che venne pubblicato nel 1973. “Pressure Cookin’”, che coincise con la maternità di Patti LaBelle, conteneva un bel po’ di novità e venne considerato come un lavoro interlocutorio, ma personalmente trovo che si tratti del loro primo vero capolavoro. Il suono è fatto più asciutto, aggressivo e percussivo, complice l’utilizzo di musicisti che in larga misura condividevano la loro attività anche al di fuori di questa esperienza (in buona parte provenivano dai Maxayn, un gruppo funk che pubblicava per la Capricorn Records, e questo è un sintomo che il loro asse si stava spostando a sud). Per quanto riguarda il look, stava prendendo una deriva glam (ma dietro le quinte è possibile vedere anche un’evoluzione delle acconciature di Bessie Smith e/o di Sun Ra) che si evolveva parallelamente a quella di George Clinton e dei suoi Funkadelic. Ecco così che le Labelle andavano a incunearsi in quel tratto di passaggio che stava fra il soul-rock e la disco music. La Hendryx restava l’autrice di maggioranza, con sette brani, mentre i rifacimenti questa volta toccavano Stevie Wonder (Open Up Your Heart), John Keen (Something In The Air) e Gil Scott-Heron (The Revolution Will Not Be Televised), e quest’ultimo flash lasciava capire come il gruppo stesse prendendo in considerazione l’idea dell’impegno sociale.
Nella vita faccio il Tecnico di Radiologia, cioè faccio radiografie, e svolgendo questo lavoro ho imparato che c’è sempre un gap a separare la realtà dal suo manifestarsi. Nella radiografia una broncopolmonite non viene mai vista immediatamente al suo insorgere, ma ha bisogno di tempo, i germi devono lavorare fino a creare nei tessuti la manifestazione della loro attività. Così è anche per il successo, un gap divide il suo arrivo dal suo manifestarsi, e infatti serve ancora un altro disco affinché la vera notorietà arrida alle Labelle.
“Nightbirds” (1974) non porta modifiche sostanziali, se non il passaggio dalla RCA alla più rampante Epic e l’arrivo di Allen Toussaint in veste di produttore. Toussaint è una vecchia volpe che riesce a capire dov’è l’oro, ma che è anche in possesso dei segreti per estrarlo, e quindi agisce di conseguenza, alleggerendo leggermente i toni, aumentando brillantezza e dinamiche, portando in sala d’incisione alcuni dei migliori musicisti di New Orleans e, di conseguenza, spostando l’asse ancora più verso il sud degli Stati Uniti. Il disco è una bomba e Lady Marmalade, il brano trainante, diventa un successo planetario ed è destinato ad essere ricordato come una fra le più popolari canzoni di tutti i tempi.
Il successivo “Phoenix” (1975) tentò di bissare quel successo epico senza riuscirci, e per la mancanza di un hit del tiro di Lady Marmalade e un po’ per il fatto che si trattava di un disco generalmente meno brillante e innovativo. Il tema conduttore era di tipo ‘cosmico’ / ‘spaziale’, preannunciato dalla copertina e dal titolo e confermato da canzoni come Phoenix (The Amazing Flight of A Lone Star), Black Holes In The Sky e Cosmic Dancer. Il suono era più convulso e meno raffinato, tanto da echeggiare Sly and the Family Stone, e le canzoni ripercorrevano gli stili della musica nera fino al blues piuttosto canonico di Take The Night Off.
Il successo non bissato fu preludio ad un nuovo cambio di rotta e di produzione, che dalle mani di Toussaint passò in quelle di David Rubinson e Bud Ellison. “Chameleon” era il titolo, piuttosto emblematico, del disco pubblicato nel 1976. Il suono subiva un nuovo spostamento, questa volta in direzione del jazz rock (propaggine nera del progressive) e dei ritmi latini, con un’accentuazione degli accompagnamenti ritmici che davano un sapore tribale, misterico e oscuro. Si trattava di un disco dalle grandi qualità, non fosse per una certa prolissità che appesantiva una buona parte delle canzoni. “Shaman” sarebbe stato un successore naturale, ma venne programmato e mai realizzato, causa lo split del gruppo. In realtà all’interno del trio si era aperto un dualismo irrisolvibile, da un lato la Hendryx che scriveva praticamente tutte le canzoni e dall’altro Patti LaBelle che era la incontestabile voce solista e continuava a dare il nome al gruppo. Per lei era in attesa una fulgida carriera di interprete soul, ricca di vendite, premi e lustrini, mentre per le altre due il futuro appariva più incerto. Sarah Dash collezionò qualche pubblicazione fonografica, ma soprattutto si fece ammirare come sponsor di varie iniziative socialmente utili.
E Nona Hendryx? Siamo qui pronti a dedicargli le prossime righe, ma prima devo dire dell’inevitabile ricongiungimento che ha fruttato vari concerti e il CD “Back To Now”, neanche brutto come le classiche premesse della riunione potrebbero far pensare, realizzato nel 2008 dalla Verve. In realtà si tratta di una raccolta di canzoni registrate in tempi diversi e con produttori diversi (in tre di esse alla consolle siede Lenny Kravitz, da sempre un loro fan, in un’altra Wyclef Jean, e una terza, che risale addirittura agli esordi, è prodotta da Kit Lambert e ci sono Keith Moon alla batteria e Nicky Hopkins al piano). L’impressione finale è comunque che il trio debba ancora trovare una corretta valutazione all’interno della storiografia rock, pensate che nell’enciclopedia “24.000 Dischi” curata da Riccardo Bertoncelli (un tipo che non può essere certo accusato di disattenzione) il loro nome non compare, mentre ci sono quelli di Lenny Kravitz e Kula Shaker.
Quando, intorno al 1990, il rapper Ice-T formò un suo gruppo rock chiamato Body Count destò un certo scalpore… è quindi ancor più strano pensare che quando, con un decennio e passa di anticipo, una transfuga dall’esperienza soul delle Labelle formò un suo gruppo rock nessuno se la cacò manco di striscio. Queste sono cose che, seppur illuminanti per chi vuol capire i cambiamenti nell’atteggiamento di pubblico e critica, mi sconcertano. Ma vengo a “Nona Hendryx”, esordio eponimo dell’ex Labelle uscito nel 1977 su Epic, che sia nelle premesse sia nella sostanza è un disco ‘rock’. Neppure brutto. È rock ad iniziare dalla copertina, dove nel frontespizio la cantante sfoggia un coltello da combattimento mentre nel retro fa roteare una chitarra alla maniera di Pete Townshend. Nella busta interna Nona appare invece insieme al gruppo del quale fanno parte Eddie Martinez e Carmine Rojas – tastiere, chitarra, chitarra basso, batteria e percussioni – che, come potete ben vedere, è una formazione tipicamente rock. Quanto alla musica, poi, si tratta di un potente rock che sembra fare riferimento a gente scapestrata come gli Who, soprattutto nel pezzo trainante che apre il disco, una Winning ripresa dal repertorio di Russ Ballard. Purtroppo il resto delle canzoni, tutte della Hendryx, pur essendo belle potenti non contengono un altro hit di quella fattura. Il disco passò quasi inosservato mentre la cantante era sempre più attratta dal rock, soprattutto dalle sue nuove forme punk e new wave. È così che negli anni successivi entrò nell’entourage dei Talking Heads (la trovate su “Remain In Light” e “Speaking In Tongues”, oltre a “The Red And The Black” di Jerry Harrison) e dei Material (il singolo Bustin’ out, reperibile nella bella raccolta “Transformation: The Best of Nona Hendryx”, e l’ellepì “One Down”), formò il gruppo Zero Cool (con i chitarristi Naux e Kevin Fullen, il bassista Michael Allison e il batterista Jimmy Allington), pubblicò alcuni singoli per svariate etichette (Arista, Barclay, Island, Metropolis…) e partecipò a numerosi altri progetti. Si costruì così l’immagine di personaggio esplosivo, fra i cui interessi era possibile anche intuire un aumentato impegno rispetto ai problemi razziali e femminili.
Ed esplosivo è la parola giusta per definire il suo disco successivo, semplicemente “Nona”, che uscì su RCA a una distanza di ben sei anni dal precedente, esattamente nel 1983. Esplosivo fin dalla copertina, dove una Nona in puro look punk-wave brucia una foto della vecchia Nona, quella con la cesta di riccioli tagliati quasi raso-pelle. Dal gruppo rock s’era passati alla formazione aperta, adattabile alle esigenze delle singole canzoni, e i nomi presenti erano quelli di Ira Siegel, Ronnie Drayton, Bernie Worrell, Steve Scales, Jamaal Adeen Tacuma, Nile Rogers, Tina Weymouth, Carol Steele, Sly Dumbar, Bill Laswell, Olu Dara, Carmine Rojas… tanto per citarne alcuni. Anche la scrittura delle canzoni era passata dalle mani della sola Hendryx a quelle di più autori, in una condivisione collettiva che riesciva ad arricchirle per brillantezza e fantasia. È così che prese forma una musica che raccoglieva le punte più avanzate del funk (B-Boys, Living On The Border), della disco music (Keep It Confidential, Transformation), del rock (Run The Cover), del reggae (Steady Action), della new wave (Design For Living, con un cammeo di Laurie Anderson), dell’elettronica (Dummy Up, puro Kraftwerk). La produzione, naturalmente, era dei Material.
L’anno successivo arrivò puntuale la replica ma, si sa, di repliche riuscite ce n’è solo una (quella del Capitano). “The Art Of Defense” (1984), ancora prodotto dai Material, era un disco più monotono e maggiormente orientato verso il funk elettronico e la disco music. Il gruppo degli accompagnatori s’era irrigidito intorno al terzetto Bernie Worrell, Bill Laswell, Eddie Martinez e la composizione delle canzoni era in buona parte ritornata nelle mani della sola Hendyx.
Comunque si trattava di un buon disco, come pure il successivo “The Heat” (1985), che vedeva il ritorno ad un certo classicismo rock, funk e rhythm and blues, con il synth di Jeff Bova e la chitarra basso di Douglas Wimbish a fare capolino in quasi tutti i brani. Ma, andando a spulciare, se ne escono fuori pure i nomi di Michael Gregory Jackson (in Revolutionary Dance) e Keith Richards (nell’hit Rock This House). In pratica si trattava del classico disco di transizione affidato alle mani di più produttori.
Che poi non vuol dire un tubo, mi riferisco alla produzione frammentata, se il successivo “Female Trouble” (1987) era suddiviso in tre diverse produzioni e pure era un capolavoro che equivaleva allo sfavillante “Nona”. Nel frattempo la cantante veva lasciato la RCA e il disco venne pubblicato su EMI. Pur restando fermi certi traguardi raggiunti, a questo punto la Hendryx poteva essere considerata la versione nera di quella musica pop-elettronica raffinata che aveva i suoi maggiori rappresentanti al di là e al di qua dell’oceano in Laurie Anderson e Peter Gabriel. Ed è proprio con Gabriel che l’ex Labelle duettava nella meravigliosa Winds Of Change (Mandela To Mandela). Altri brani di taglio sopraffino erano l’hit Why Should I Cry?, Baby Go-Go (scritta da Prince ma firmata con uno pseudonimo), Big Fun, Female Trouble, I Know What You Need (Pygmy’s Confession), Drive Me Wild, Too Hot To Handle, Rhythm Of Change… beh!!!!!, le ho citate tutte e nove. Gran disco e stop.
Avete presente quanto sta scritto sopra a proposito dell’ultimo disco (escludendo la riunione) delle Labelle…. “Skin Diver” del 1989, prodotto dall’ex Tangerine Dream Peter Baumann e pubblicato per la sua Private Records, andò comunque oltre ogni più azzardata previsione di camaleontismo. Atmosfere ambient-cosmiche, mentre la Hendryx dimostrava di essere anche in grado di andare oltre l’urlo schizzato. Del disco si disse addirittura che era roba New Age, ma sinceramente mi sembra trattarsi di un luogo comune… sempre che io sia riuscito a comprendere cos’è la new age. Mi sembra comunque che si tratti di un ottimo lavoro e di un esperimento più che riuscito.
Nel 1992 avvenne un altro incontro, ancora con un veterano della scena musicale, stavolta di quella americana, il cui nome è Billy Vera (negli anni ’60 aveva scritto Don’t Look Back per i Remains, poi finita anche su “Nuggets”). “You Have To Cry Sometime” uscì su Shanachie ed era un ottimo compendio di musica nera, scritto anche attraverso alcune cover, che andava dal funk selvaggio It’s Your Thing al rock’n’roll I Can’t Stand It, attraverso blues (Room With A View), soul (Storybook Children) e rhythm and blues (Got To Get You Off My Mind). Un bel disco che però non aggiungeva niente né alla storia dei protagonisti né a quella della musica nera.
È invece cosa recentissima il ritorno di Nona Hendryx con una raccolta reperibile solo in rete; il titolo è "Mutatis Mutandis" e il sottotitolo "Changing Those Things Which Need To Be Changed", a dimostrazione di una immutata vena polemica che esplode fin dal primo brano, The Tea Party, dove si fa dell'ironia su quei partiti privi di qualsiasi ideologia ed intesi come cosche create per difendere squallidi interessi e privilegi personali. Gli otto brani ripropongono una signora cantante, a dispetto dei suoi 67 anni, che padroneggia senza esitazioni tutti gli stili della musica afroamericana. Chiedergli altro sarebbe davvero troppo.


L’indomabile sciamana.
Beverly (conosciuta come Buffy) Sainte-Marie nacque nel profondo Canada, in una riserva destinata ai nativi americani Piapot, ma venne presto adottata da una famiglia del Maine che le diede il nome e le permise di laurearsi in filosofie orientali. Iniziò a cantare nei folk-club come autodidatta, facendosi subito distinguere per la vena polemica e come atto d’accusa per i diritti negati alle sue genti. Fra il 1964 e il 1966 pubblicò per la Vanguard tre dischi, che restano a tutt’oggi fra i capisaldi del folk-acido americano, dove in linea di massima accompagnava la voce soltanto con la chitarra o con il mouthbow (strumento della tradizione indigeno-americana dalle sonorità simili al marranzano) e, dal secondo di essi, con il contrabbasso del fido Russ Savakus. Più occasionale era la presenza in qualche canzone di Art Davis (contrabbasso), Patrick Sky (chitarra), Bruce Langhorne (chitarra elettrica), Eric Weissberg (chitarra) e Daddy Bones (chitarra), mentre nella sola Timeless Love c’era un ensemble strumentale più numeroso diretto da Felix Pappalardi. “It's My Way”, “Many A Mile” e “Little Wheel Spin And Spin” contenevano alcune sue canzoni diventate poi dei classici, come Little Wheel Spin And Spin, My Country Tis Of Thy People You’re Dying, Los Pescadores, Until It’s Time For You To Go, Welcome Welcome Emigrante, The Incest Song, Now That The Buffalo’s Gone, Cod’ine e The Universal Soldier. Le ultime due divennero rispettivamente uno standard della nascente psichedelica e un inno del movimento pacifista. A questo punto si verificò un fatto sconcertante, degno della caccia alle streghe, e la cantante fu bandita dalle radio e dai locali americani per disposizione dell’amministrazione Johnson, che la accusò di fare parte del movimento irredentista Red Power Movements.
Intanto la figura tradizionale del folk singer, che era solito accompagnare le sue canzoni con la chitarra e poco altro, si andava trasformando in quella del songwriter (cantautore), che prediligeva atmosfere più elaborate. E Buffy era comunque pronta ad adeguarsi.
Il 1967 portò quindi dei cambiamenti con “Fire & Fleet & Candlelight”, un album che l’avvicinava al modello californiano, modello che sia per le tematiche sia per le atmosfere aveva comunque precorso nei suoi primi dischi. Il produttore Maynard Solomon portò con se qualche arrangiamento orchestrale, mentre nella scaletta brillavano due brani firmati da Joni Mitchell (The Circle Game e Song To A Seagull) e Lord Randall sembrava una canzone di Bob Dylan pur essendo in realtà una ballata tradizionale scozzese risalente al XVIII secolo. Si trattava di un buon disco, anche se la cantante tendeva a perdere in parte sia la sua specificità sia la sua forza sciamanica.
Continuando a produrre a scadenza annuale, nel 1968 diede alle stampe “I’m Gonna Be A Country Girl Again” che vide Bob Lurie affiancare Solomon alla produzione e venne registrato a Nashville con musicisti locali. Il titolo e il luogo di registrazione lasciavano già intendere come si trattasse di un disco di indirizzo country. Ed era ancora un ottimo disco, seppure il modello Buffy Sainte-Marie degli inizi apparisse sempre più snaturato. In questo disco la cantante proseguiva la pratica di ritornare sui suoi brani, già iniziata in “Fire & Fleet & Candlelight” dove aveva inserito una Until It’s Time For You To Go con testo in francese e titolo mutato in T’es Pas Un Autre, e rivederli a seconda del umore del momento, e rimodellò quindi The Piney Wood Hills e Now That The Buffalo’s Gone in stile country.
Il 1969 fu un anno speciale per molti, e lo fu pure per lei che, con “Illuminations”, pubblicò il suo album più innovativo, ma anche il più discusso e controverso. Era il suo disco mistico ed elettronico, nel quale metteva in gioco anche quella che era stata la sua preparazione scolastica, e alla cui realizzazione partecipò lo sperimentatore Michael Czajkowski. Il disco divise nettamente pubblico e critica, in pochi lo considerarono il suo capolavoro mentre la maggioranza lo troncò impietosamente. Forse la verità sta nel mezzo, e pur non contenendo la miscela esplosiva dei suoi primi dischi, per tematiche e qualità delle canzoni, rimane comunque una delle sue opere migliori. Una cosa è certa, il disco gli creò la disaffezione del suo pubblico, e il 1970 la vide ferma in meditativo ripensamento.
Che, comunque, non portò a grandi novità. I dischi del 1971, prodotto da Jack Nitzsche, e del 1972, prodotto da lei stessa con la collaborazione di Norbert Putnam, sembravano proseguire infatti il discorso iniziato in “…Candlelight” e “…Country Girl…”. In “She Used To Wanna Be A Ballerina” si faceva accompagnare, tra gli altri, da Ry Cooder, Neil Young e Crazy Horse. Fra le canzoni c’erano Bells di Leonard Cohen, Helpless di Neil Young, Song Of The French Partisan di Hy Zaret e Anna Marly e, soprattutto, c’era la sua Soldier Blue tratta dal film eponimo. Si trattava sicuramente di uno dei suoi dischi migliori, almeno per quanto riguardava la produzione seguita alla trilogia iniziale.
Per “Moonshot” tornò invece a Nashville e confermò i suoi comunque buoni standard attraverso roba ad alta gradazione come He’s An Indian Cowboy in The Rodeo e Native North American Child, oltre a un rifacimento della presleyana My Baby Left Me, mentre, come potete ben capire dai titoli, la sua vena polemica s’era tutt’altro che esaurita (e il futuro la vedrà addirittura accentuarsi).
Nel 1973 troncò il rapporto con la Vanguard, ormai quasi decennale, pubblicando comunque un ultimo disco contenente canzoni recuperate nelle precedenti sedute di registrazione (“Quiet Places”).
Solitamente evito di consigliare le raccolte di materiali eterogenei perché quasi sempre fuorvianti e non rappresentative della reale natura di un musicista. Buffy Sainte-Maria è un caso a parte, e nel suo caso le raccolte assumono spesso un significato particolare. È così per “Native North-American Child: An Odyssey” (1974), che raccoglie più o meno tutte le canzoni dedicate specificamente alla causa degli indigeni americani presenti nel catalogo Vanguard, con due ghiotti inediti come Isketayo Sewow (Cree Call) e Way, Way, Way. Esistono anche le registrazioni di un recital per voce e chitarra risalenti più o meno a fine anni ’60 primi anni ’70 ma, anche se l’ho visto addirittura recensito (?!!!), il disco non è mai uscito, probabilmente per l’opposizione della cantante. Due di quelle canzoni, di Leonard Cohen e God Bless The Child di Billie Holiday e Arthur Herzog, sono comprese nell’altrimenti poco interessante raccolta “Best Of The Vanguard Years”.
Lasciata la Vaguard, Buffy Sainte-Marie ma non perdette tempo e si accasò presso la MCA per due LP e presso la ABC per un terzo disco che andavano a completare una specie di trilogia americana. I tre lavori sconcertarono fin dall’inizio, poiché sembravano dettati da quel processo di alleggerimento che in quegli anni aveva intrigato più d’un personaggio storico del pianeta rock (Fleetwood Mac, Jefferson Starship…). In realtà il progetto di Buffy Sainte-Marie era molto più interessante, e più riuscito, in quanto intendeva rivisitare le musiche americane, dando largo spazio alle melodie indigene, in una specie di musica pop (all’apparenza) scanzonata, complice una voce che abbandonava l’aggressivo vibrato per farsi tenue e infantile, e moderatamente elettronica. I tre album - “Buffy” (1974), “Changing Woman” (1975) e “Sweet America” (1976) – svisceravano il suo amore per l’America e facevano quasi corpo unico terminando nella suite tribale Qu’appelle Valley, Saskatchewan / Honey Can You Hang Around / I Been Down / Star Walker (vivacizzata dall’inserimento di canti tradizionali derivati dai raduni Pow Wow). Molti non intesero bene l’amore dimostrato dalla cantante per l’America (ben espresso in canzoni come Sweet America, America My Home, America The Beautiful…), ma chi più di lei, discendente di quei popoli che l’abitavano ben prima che vi arrivassero gli europei, può avere diritto di amarla? I tre dischi sono stati ristampati nel 2008 come “Buffy Ƚ Changin Woman Ƚ Sweet America – The Mid–1970s Recordings”, per l’etichetta Europea Big Beat (una sussidiaria della Universal), e nel 2010 come “The Pathfinder - Buried Treasures” per l’americana Gypsy Boy Music, entrambe le ristampe sono dei CD doppi e hanno la stessa copertina.
Dovendo scegliere l’acquisto di una vecchia copia in vinile opterei per “Buffy”, non foss’altro che per Generation, una splendida ballata elettrica proto-punk da pelle d’oca. All’epoca della sua uscita il disco venne visto come un tentativo di lanciare una Buffy Sainte-Marie in versione sexy. In realtà si trattava di una specie d’omaggio alla musica di Elvis Presley, sentitevi i due rock’n’roll Sweet Little Vera e Sweet, Fast Hooker Blues, un musicista da lei sempre amato, e ricordate a tal proposito il suo rifacimento di “My Baby Left Me. D’altra parte, se è vero che Elvis aveva a suo tempo reinterpretato la sua Until It's Time for You to Go, si può dire che tale amore era reciproco.
A questo punto la cantante sembrò intenzionata ad abbandonare l’ambiente musicale per dedicarsi ad altre attività: attrice, soprattutto in film che trattavano la condizione degli indigeni, pittrice, artista visiva e, soprattutto, promotrice di istituti e strutture in grado di aiutare, in particolare in ambito scolastico ma non solo, quella che continuava a essere la sua gente.
Sono da ricordare, fra i pochi indizi del suo preservato impegno musicale, soprattutto i premi vinti nel 1983 con la canzone Up Where We Belong, scritta insieme al marito Jack Nitzsche e a Will Jennings, che Joe Cocker e Jennifer Warnes cantarono nella colonna sonora del film "Ufficiale e gentiluomo".
Se già dal 1981 aveva iniziato ad utilizzare i computer fu solo all’inizio degli anni ’90 che tornò a registrare, questa volta nella sua abitazione, avvalendosi delle nuove tecnologie. Realizzò così un sorprendente ritorno con “Coincidence And Likely Stories” dove, com’era da sempre suo costume, riprendeva in mano anche un suo pezzo ormai classico come Starwalker. Lontana dall’immediatezza originaria, ormai è una raffinata musicista che comunque non demorde in quanto a contenuti. Nelle canzoni viene infatti ripresa l’idea della trilogia americana, cioè creare una musica pop nella cui economia abbiano un forte peso sonorità indigeno-americane, con ampio uso di cori cerimoniali Pow Wow. Il disco venne pubblicato nel 1992 su Ensign e, pur senza cercare in esso ciò che era stato e non poteva tornare, era senza dubbio un opera straordinaria e da avere. Così come da avere era il successivo “Up Where We Belong” del 1998 (Angel Records), una raccolta di alcuni dei suoi brani migliori, alcuni addirittura inediti nella sua versione (come Up Where We Belong), che però vennero registrati di nuovo, mostrando una loro nuova essenza secondo la visione di questa lottatrice ormai quasi sessantenne.
È così che l’ultimo suo disco, “Running For The Drum” del 2008 (Gypsy Boy Music), è diviso fra brani orgiasticamente legati alle sue tradizioni, si tratta di quelli che in assoluto sono i suoi brani più elettronici, scatenati rock'n'roll, alcuni lenti molto jazzati e altri numeri d'impostazione country. Ecco così che osa accomunare le diverse facce di un paese, facce che raramente riescono a incontrarsi. Il disco è inferiore ai sui predecessori, ma ha allegato un DVD contenente “A Multimedia Life”, un documentario di Joan Prowse che ne ripercorre la carriera attraverso il suo stesso racconto, immagini e filmati d’epoca e interviste con Joni Mitchell, Robbie Robertson, Randy Bachman, Bill Cosby, John Kay….
Ah dimenticavo!... il suo brano classico ripreso in mano per l’occasione è Little Wheel Spin And Spin.


L'elfo impertinente.
Attrice, poetessa e scrittrice, oltreché musicista, la bretone Brigitte Fontaine calca i palcoscenici parigini fin dai primi anni ’60, inizialmente come attrice teatrale. Ma è solo nel 1965 che pubblica, per le celebri edizioni di Jacques Canetti, un primo album di jazz orchestrale.
“13 Chansons décadentes et fantasmagoriques” lascia intendere fin dal titolo la tendenza a deragliare dalla retta via della ‘chanson française’, e tale tendenza è confermata da canzoni come Hallucinante Aventure,, C’est pas de ma faute, Les Dieux sont Dingues, La Côtelette, On n’est pas des chiens, La vie sur les bras, Je suis décadente, La vache engagé, Le sac e Dévaste-moi alias ‘L’Eternel Féminin’. Quest’ultima ottenne un incredibile successo in Giappone, tanto che l’ultima ristampa in CD è stata re-intitolata proprio “Dévaste-moi”. La cantante non rinuncia comunque completamente alla classica melodia francese che viene a emergere in Quand tu n’es pas là e Le Train. Si tratta di un debutto sensazionale, e con il passare degli anni le sue valutazioni subiranno una crescita costante. Questo seppure lei sia quasi arrivata a disconoscere quelle registrazioni (ma quanti casi simili esistono?).
Fin dagli inizi viene a crearsi un rapporto artistico preferenziale con il suo speculare maschile Jacques Higelin, anch’egli creatura canettiana, rapporto destinato a durare fino ad oggi, seppure in modo più incostante. È per questo motivo che l’editore pubblicò il disco anche sciogliendolo in un opera a più largo raggio contenente anche i materiali di Higelin, o comunque quelli condivisi dai due, come l’EP “Maman j’ai peur” con le tre canzoni di uno spettacolo teatrale. I due LP risultanti dalla fusione di tali materiali, risalenti al 1966 e 1967, hanno come titolo “12 chansons d’avant le déluge” e “15 chansons d’avant le déluge, suite et fin”. Quella che può sembrare pignoleria, la mia, è solo un voler indirizzare nel modo meno confuso possibile quel lettore che volesse comprarsi i vecchi vinili o le successive ristampe.
Al 1968 risale una nuova collaborazione con Higelin, nel film “Les encerclés”, con relativa colonna sonora che venne inizialmente pubblicata su 7 pollici dalla Disc’AZ. Cet Enfant Que Je T’Avais Fait, la canzone del 7 pollici con la voce della Fontaine, è poi inserita anche nel LP che la cantante pubblica nel 1968 su Saravah. Il titolo del disco è “Brigitte Fontaine est… Folle!”, ma siccome ‘Folle!’ appare solo nell’interno di copertina molti lo riportano semplicemente come “Brigitte Fontaine est…”. A proposito della copertina, va detto che si tratta di un’opera piuttosto singolare, in quanto il disegnatore ha citato apertamente parte del trittico “The Garden of Earthly Delights” dando dello stesso un’irriverente interpretazione contemporanea. E non riverente è anche la musica, un pop surreale con arrangiamenti orchestrali che sconfinano nel jazz e nell’exotica, mentre la voce si è fatta meno ruvida e più sognante. Il Pleut, Une Fois Mais Pas Deux, L’homme objet, Eternelle, Comme Rimbaud e Dommage que tu sois mort sono piccoli gioielli in grado di resistere anche alla più degradante azione operata dal tempo. Le ascolti oggi e ti sembrano fresche come una rosa appena colta.
Nel 1970 la Fontaine torna al jazz, nella fattispecie a quello sperimentale, collaborando con l’Art Ensemble Of Chicago (ma ci sono anche Leo Smith e altri) per uno spettacolo ed un LP che a tutt’oggi viene considerato come il suo capolavoro. Atmosfere piuttosto ipnotiche e tese e vibranti, seppur apparentemente rilassate, che in alcuni momenti possono far pensare ad “Astral Weeks” di Van Morrison o a “Live In The First Year Of The Heisei” di Keiji Haino, Mikami Kan e Yoshizawa Motoharu. Ma con “Comme à la radio” (Saravah) avviene anche qualcos’altro destinato ad essere di fondamentale importanza per il suo futuro, cioè la consolidazione definitiva della collaborazione con il percussionista-polistrumentista di origini arabe Areski Belkacem, i due finiranno con il diventare coppia fissa sia sul che fuori dal palcoscenico, in linea di massima d’ora in avanti lei si occuperà dei testi e lui delle musiche.
Il successivo “Brigitte Fontaine” (1972) è a nome della sola cantante, a differenza dei dischi successivi, ma in realtà è la prima tappa di una trilogia, comprendente anche “Je ne connais pas cet home” (1973) e “L'Incendie” (1974), accreditabile a quella che sarà poi una delle coppie più longeve del mondo musicale, gli Yoko e John della musica francese. La forma canzone viene violentata in favore di piccoli bozzetti, filastrocche, slogan politici, poesie, dialoghi, registrazioni concrete e inserti di ogni tipo. Musicalmente piccole orchestrazioni fanno seguito a canti a cappella, o accompagnati con il solo battito delle mani. Le voci dei due si alternano di brano in brano, ma anche all’interno dello stesso brano, e la strumentazione va a coprire un ambito multi tradizionale. Improvvisazione e composizione, influenze arabe, latine, orientali, jazz e classiche convivono e si scontrano nel giro di poche battute. Le registrazioni sono lo-fi e lo-cost. Folk è il termine giusto per definire la loro musica, e l’attitudine dei due e dei musicisti che li frequentano è un po’ quella comunitaria, alla maniera dei Soft Machine di mezzo, dei Gong, dei californiani che non riuscivano a ricordare il loro nome, dell’Arkestra, della Incredible String Band…. Direi che il duo corrisponde proprio a una Incredible String Band made in France. Tra l’altro i due mettono a punto una pratica destinata a diventare poi uso comune nell’era dellinformatizzazione, cioè non firmano dei contratti ma registrano autonomamente i dischi vendendo poi il pacchetto finale.
Due informazioni utili riguardano “L’incendie”, che è l’unico loro disco degli anni ’70 a non essere pubblicato su Saravah ma su Byg (forse un ritorno dovuto per aver avuto in prestito l’Art Ensemble Of Chicago ai tempi di “Comme à la radio”), e la ristampa in CD di “Brigitte Fontaine”, dove il brano finale Merry-Go-Round è stato sostituito con L’éternel retour, canzone estrapolata dal loro ultimo disco pubblicato nel decennio.
“Le Bonheur” (1975) prosegue, in tono leggermente più debole, il modello della trilogia.
Ma nel 1977 la formula viene rivitalizzata attraverso l’innesto del mini moog di Jean-Philippe Rykiel. Prende così forma il doppio LP “Vous et nous”, che può essere considerato il loro ‘white album’. Non sto scherzando affatto, dal momento che bozzetti appena accennati si alternano a canzoni (?) più articolate, dove accanto alle vecchie influenze si fanno sentire i nuovi influssi elettronici e, sempre più presente, la longa manus della musica concreta francese. “Vous et nous” è uno dei dischi più ricchi e pirotecnici che esistono, per la varietà di situazioni affrontate, e al tempo stesso è uno dei dischi più poveri e flebili, per il modo nel quale tali situazioni vengono affrontate, e con le idee che ci sono dentro, magari semplicemente abbozzate, altri potrebbero costruirsi la discografia per un’intera carriera. Cosa v’ho detto? Il loro ‘white album’.
Il decennio si chiude con “Les églantines sont peut-être formidable” (1979) che ripresenta la coppia in buona forma, seppure con qualche segno di stanchezza e un suono più orientato verso il jazz-rock, alla maniera dei Soft Machine post Wyatt. È chiaro che la formula sta arrivando alla frutta e, soprattutto, è chiaro che i tempi stanno cambiando. È così che i due, intelligentemente, tirano i remi in barca e si ritirano dalle scene. Sono anni in cui la cantante si dedica alla scrittura e al teatro. In realtà già nel 1984 è pronto un nuovo album, che però trova una prima distribuzione solo nel 1988 in Giappone, a seguito di alcuni concerti tenuti in quel paese, mentre devono passare altri due anni perché venga pubblicato in Francia (in entrambi i casi su Midi inc.). Con “French Corazon”, questo il titolo, c’è un ritorno alla pura forma canzone, quindi alle origini dei due primi dischi, magari senza quell’ironia, ma comunque sempre con una grande forza dissacrante. I riferimenti dei suoi testi sono sempre da ricercare in movimenti quali il surrealismo e il teatro dell’assurdo, e a volte assumono la dirompenza di pietre scagliate contro il diritto borghese. Il disco, trainato sia da numeri infuocati come French Corazon, La cantatrice chauve, Mauviette, Les Carmens e Le Nougat sia da quadretti più introversi come Leïla, Folie Furieuse e D’ailleurs, riceve un discreto successo, tanto da venire ristampato, anche con una copertina o un titolo diverso (come “Le Nougat”, preso a prestito da uno dei brani di maggior successo). Una delle varie ristampe contiene addirittura una doppia versione di D’ailleurs, fra le canzoni migliori del disco, dove a seguire quella di norma cantata in coppia con Areski viene una versione speciale con la presenza del vecchio compagno d’armi Jacques Higelin. Il disco, com’è comprensibile dal titolo, è un concentrato di cultura francofona, con tanto di influenze mediterranee e arabe, con un buon utilizzo della fisarmonica e una moderata presenza elettronica volta ad attualizzarne la forma. Il suono e gli arrangiamenti sono comunque meno fantasiosi rispetto al passato e riflettono pienamente il passaggio ad una situazione di tipo mainstream. Tutti i dischi pubblicati d’ora in poi, compreso questo, saranno attribuiti alla sola Brigitte Fontaine, seppure Areski Belkacem continui ad essere presente come autore, arrangiatore, strumentista e cantante.
L’inatteso successo segna il ritorno della cantante, seppure non immediato, alla piena attività. Risalgono infatti agli anni 1995 e 1997 i successivi “Genre Humain” e “Les Palaces” (entrambi su Virgin). In essi la Fontaine si avvicina ai nuovi ritmi elettronici, riprende in mano alcuni suoi brani ormai classici come C’est normal e Comme à la Radio e utilizza campioni dalla Messe… di Pierre Henry. I due dischi contengono numeri trainanti del calibro di La Femme à Barbe, Genre Humain, Dans la Cuisine, Le Train Deux-Mille-Cent-Dix, Ah que la vie est belle, Les palaces e Délices et orgue, oltre a lezioni più introspettive, ma altrettanto valide, come Belle Abandonnée, J’adore Pas, La cour, L’ilee La symphonie pastorale. La direzione dei lavori è saldamente nelle mani di Areski e del batterista Yann (o Ian) Cortella.
Seguono alcuni anni di ripensamento, durante i quali il nome della cantante viene caldeggiato dalla crema del rock internazionale, tanto che nel 1998 esce un singolo in collaborazione con gli Stereolab (Calimero), mentre nel CD “Kekeland” (Virgin) del 2001 compaiono SonicYouth, Noir Désir e Archie Shepp. Demie Clocharde, Kekeland (che fa stranamente pensare ai primi King Crimson), Bis Baby Boum Boum e NRV sono i titoli che si avvalgono di simili incontestabili presenze. Però, a dimostrazione che non sempre due più due fa quattro, sono altre le canzoni che finiscono per farsi ricordare: il trascinante tango elettrico Pipeau, l’inno tabagista a tempo di reggae Je fume, la curiosa filastrocca rap-elettronica Y’a des zazous, la struggente melodia spagnoleggiante Guadalquivir, la morriconiana (in portishead-style) God’s Nightmare, la classicamente francese Les filles d’au jourd’hui… ed è proprio per merito di questi ultimi titoli che, pur non raggiungendo i livelli del primo periodo, la cantante può riproporsi anche a quel pubblico che non ha proprio a cuore la musica mainstream. Nello stesso anno ricambia il favore e partecipa a “Des Visages des Figures” dei Noir Désir, cantando e scrivendo il testo di L’Europe insieme a Bertrand Cantat. Ecco così che il suo nome è sdoganato anche presso le nuove generazioni.
Il successivo “Rue Saint Louis en l’île” del 2004 (sempre su Virgin) conferma questo momento quasi magico e riprende in carico, in modo ancor più convincente, quel filo della tradizione francese già ritrovato in “French Corazon”, e non è quindi un caso se viene ripreso anche il brano più noto di quel disco (Le nougat, qui rifatto insieme a Mousse et Hakim degli Zedda). Si tratta del suo disco più fisarmonicoso, e pure legato ad un’ottica rock, ed è sicuramente il migliore di questa sua seconda primavera. Betty Boop en Aout, Rue Sant Louis en L’île, Fréhel, La veuve Clicquot, Le volle à l’école (cantata in duo con Areski), La chanson de Simone (con testo di Simone de Beauvoir, cantata in inglese con la voce che ricorda quella di Tanita Tikaram), Et caetera, Eloge de l’hiver e Folle sono fra le sue canzoni migliori di sempre.
Con “Libido” del 2006 passa alla Polydor / Universal, dove continua tutt’ora a pubblicare i suoi dischi, e propone un concept, basato su un percorso al femminile, che termina nella bella marcia Noces. Estremamente raffinate sono sia le canzoni sia le orchestrazioni che le sostengono. Purtroppo il disco è illustrato da un fumetto di scarso valore e di scarsa incisività.
Nel successivo "Prohibition" (pubblicato nel 2009 e prodotto da Ivor Guest) la cantante pigia sull'acceleratore del sociale, andando ad affrontare temi quali l'oppressione delle donne e la condizione degli emarginati. Si tratta comunque di tematiche rispetto alle quali è sempre stata coinvolta, tanto che nel 1971 aveva firmato il cosiddetto “manifeste des 343”, nel quale un gruppo di donne rivendicava il diritto all'aborto autodenunciandosi per aver abortito almeno una volta. Altre sue prese di posizione destinate a far discutere riguardano l'opposizione alle guerre petrolifere della famiglia Bush, il sostegno agli immigrati clandestini e l'opposizione al sistema delle carceri. Forse “Prohibition” è un disco meno immediato dei precedenti, ma contiene comunque alcune tracce di grande valore (Entre guillemets, Prohibition, Soufi e Just You And Me). Il disco è impotante anche per la presenza, in alcuni brani, di Grace Jones, situazione che anticipa il disco successivo.
"L'un n'empêche pas l'autre" (pubblicato nel 2011 e prodotto nuovamente da Ivor Guest) è infatti essenzialmente un disco di duetti che, oltre a Grace Jones, la vedono affiancare i vecchi Areski, Jacques Higelin e Bertrand Cantat, ma anche Arno, Alain Souchon, Chrisstophe, Matthieu Chedid e Emmanuelle Seigner. Quattro inediti, tre rarità (fra le quali una La Caravane di Duke Ellington) e sei reinterpretazioni di sui brani classici (fra le quali Rue Saint-Louis-en-l’île, Pipeau e God's Nightmare) per un disco che potrebbe rappresentare la perfetta chiusura di una grande carriera. Prendete un po’ la nuova versione di God’s Nightmare: stravolta, rumorosa e veramente luciferina, come se i Wall Of Voodoo fossero usciti a passeggio con i Nine Inch Nails. Ma l'impressione è che la vecchia signora pensi a tutt'altro che a ritirarsi dalle scene.









































album consigliati:

* Sweethearts of the Apollo (1963)
* It's My Way (1964)
* 13 Chansons décadentes et fantasmagoriques (1965)
* Many A Mile (1965)
* More Than a New Discovery (1966)
* Over the Rainbow (1966)
* Little Wheel Spin And Spin (1966)
* Eli And The Thirteenth Confession (1968)
* Brigitte Fontaine est… folle (1968)
* New York Tendaberry (1969)
* Illuminations (1969)
* Comme à la radio (1970)
* Gonna Take a Miracle (1971)
* She Used To Wanna Be A Ballerina (1971)
* Brigitte Fontaine (1972)
* Moon Shadow (1972)
* Je ne connais pas cet homme (1973)
* Pressure Cookin' (1973)
* L'Incendie (1974)
* Native North-American Child: An Odissey (1974)
* Nightbirds (1974)
* Buffy (1974)
* Smile (1976)
* Vous et nous (1977)
* Nona (1982)
* Female Trouble (1987)
* Live at the Bottom Line (1989)
* Skin Diver (1989)
* Coincidences And Likely Stories (1992)
* Up Where We Belong (1996)
* Transformation – The Best Of Nona Hendryx (1999)
* Angel in the Dark (2001)
* Kékéland (2001)
* The Loom’s Desire (2002)
* Rue Saint Louis en l'île (2004)
* Spread Your Wings and Fly: Live at the Fillmore East May 30, 1971 (2004)









































siti web:

laura nyro: www.lauranyro.com
nona hendryx: www.nonahendryx.com
buffy sainte-marie: www.creative-native.com
brigitte fontaine: brigittefontaine.artistes.universalmusic.fr

















































ANGOLI MUSICALI 2016  

vonneumann  

figli di un dio minore: ut  

marino josé malagnino (intervista)  

tre giorni con maria monti  

gianni mimmo  

claudio parodi (intervista)  

i gufi  

figli di un dio minore: hugo largo  

figli di un dio minore: san agustin  

tempi moderni (IIª tranche)  

figli di un dio minore: ヒカシュー (hikashu)  

Bourbonese Qualk (intervista a Simon Crab)  

Andrea Belfi & Stefano Pilia (intervista)  

corvo records  

infrantumi: vent’anni dopo  

Rock Over Beethoven – Il Rock Neoclassico  

lili refrain  

vittore baroni  

christoph gallio  

jacopo andreini  

musica moderna  

ladies of the canyon  

tempi moderni  

hyaena reading (intervista con francesco petetta)  

Baxamaxam  

Xabier Iriondo  

Osvaldo Coluccino  

Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz)  

Zero Centigrade  

i cantautori  

(la famosa etichetta) Trovarobato  

die schachtel: della maggiore età  

4 donne  

violoncello  

Chaos Tape(S)  

compilation  

D.S. al Coda (the record label)  

Osaka Kyoto Sounds
(con intervista a Go Tsushima dei Psychedelic Desert)
 

(etre) / Wondrous Horse / Harps Of Fuchsia Kalmia  

tamia  

drum, bass... and carmel  

L’Enfance Rouge (articolo e intervista a François R. Cambuzat)  

chinoise (con intervista a Yan Jun)  

figli di un dio minore: ghigo  

figli di un dio minore: fifty foot hose  

figli di un dio minore: ich schwitze nie  

figli di un dio minore: rites of spring / happy go licky  

figli di un dio minore: crust  

figli di un dio minore: antelope  

figli di un dio minore: kletka red  

figli di un dio minore: the blocking shoes  

figli di un dio minore: debora iyall / romeo void  

figli di un dio minore: stretchheads  

figli di un dio minore: bobby jameson  

figli di un dio minore: distorted pony  

figli di un dio minore: dark side of the moon  

figli di un dio minore: los saicos  

figli di un dio minore: the centimeters  

figli di un dio minore: chetro & co.  

figli di un dio minore: songs in the key of z  

figli di un dio minore: mondii  

figli di un dio minore: TCH (this crepuscular hour)  

figli di un dio minore: bridget st. john  

figli di un dio minore: thule