Baxamaxam    
intervista di Matteo Uggeri




Capita ogni tanto una folgorazione, un incontro del tutto fortuito, una scoperta del tutto positiva. È quel che ci è accaduto quando abbiamo ascoltato per la prima volta il lavoro dei Baxamaxam, duo a cavallo tra la Romagna del lisco e il Senegal dei griot. Quel che ne è sortito è un disco eccellente che affonda le radici nel blues ma si ramifica nei suoni e ritmi africani. Ci siamo incuriositi, ed abbiamo fatto così due chiacchiere con Abdou Mbaye e Cristiano Buffa, per scoprire che il loro incontro è stato forse meno esotico di quanto immaginato ma senza dubbio molto fruttuoso.


Doverossisimo nel vostro caso: come vi siete incontrati? A Faenza, nella ridente Romagna, o altrove?
Cristiano: Sì, ci siamo conosciuti a Faenza. Ho appiccicato un annuncio in un internet point africano e dopo una settimana mi telefona Abdou e la cosa è cominciata.

Quali sono i vostri percorsi musicali? Sento del blues e delle ritmiche africane, è chiaro, ma mi piacerebbe poterle contestualizzare meglio.
Abdou: Mio zio era un griot e così pure i miei nonni. Suonavano per le feste, per i matrimoni, per i battesimi e fin da piccolo stavo con loro, così presto ho cominciato a suonare anch'io. Funziona così.
Un bel giorno alcuni finlandesi(!) di passaggio a Dakar mi hanno sentito suonare e mi hanno invitato da loro per dei progetti con altri musicisti sia senegalesi che finlandesi, così mi sono messo in viaggio per la Finlandia che neanche sapevo bene dov'era e sono rimasto del tempo lì a fare laboratori musicali e registrare con loro diversi brani.
Successivamente, grazie ad un cugino batterista di una band francese ho avuto l'occasione di fare un altro viaggio e collaborare con altre persone, fra cui il rapper K-Ismael e anche lì abbiamo registrato assieme.
Per finire è stata la volta dell'Italia, dove ho sempre suonato e suono tutt'ora con vari gruppi di percussioni, balafon, kora ecc. Insomma, ho sempre suonato.
Cristiano: Nel corso degli anni mi hanno sempre interessato cose apparentemente disparate. In realtà ciò che ritorna sempre, a prescindere dal genere, è l'approccio, il sentire; sono l'interesse per il Ritmo come qualcosa di naturale, primordiale, le cose poche e semplici, lo stomaco a scapito del virtuosismo, che peraltro non padroneggio.
Questo può essere identificato con ciò che io, personalmente, chiamo blues.
Fra le varie esperienze musicali mi piace ricordare quella con i Monochromes, in cui suonavo il basso; sono durati due dischi, uno pubblicato e l'altro no, e poi ognuno per la sua strada, di tutto rispetto: Claudia è la batterista della Agatha, Valerio pubblica a nome Valla e Maurizio Abate fa le sue preziose cose sia per i fatti propri sia con Eternal Zio e molti altri (e ci ha registrato il disco sui suoi bobinoni analogici).

Ascoltandovi e vedendo gli strumenti suonati ho pensato (forse banalmente) al buon Ry Cooder e ai suoi incontri 'etnici', in primis con Ali Farka Touré. La cosa vi offende o vi sorprende? Amate anche voi quel disco quanto me?
Cristiano: Il paragone è inevitabile quanto nobile. Parlo soprattutto per me, perché Abdou, che conosce Farka Touré, ignora tutt'ora l'esistenza di quel disco e di Ry Cooder stesso. Curiosamente però, “Talking Timbuktu” l'ho conosciuto dopo che già ascoltavo Touré nei suoi splendidi lavori da solo (uno su tutti Niafunké), che preferisco. Ma Farka Touré, così come i nipotini Tinariwen e pronipoti come Bombino sono stati solo dei possibili punti di partenza. Io credo di essere andato oltre, avendo a cuore quello spirito ma evitando che ci fossilizzassimo in un un’inutile fotocopia del genere. In quel che facciamo, insomma, c'è anche dell'altro.

Io, come molti italiani, sono assai ignorante sulla cultura africana, ma ho sentito parlare spesso di griot, anche in campo musicale. Abdou, mi spieghi cosa significa per te essere griot?
Abdou: Griot non si diventa, ci si nasce e viene trasmesso di padre in figlio. Ci sono quindi alcuni cognomi che, per ogni etnia e città, identificano l’appartenenza ad una famiglia griot. Mio nonno era griot, mio padre lo era (anche se non cantava né suonava perché non è automatico), io lo sono e mio figlio lo sarà…
Al tempo dei Bur (Re) i griot erano dei messaggeri. Affiancavano i sovrani ed erano i loro portavoce, sia presso gli altri re che nei confronti dei sudditi. Erano anche la la memoria storica delle genealogie dei re e, di padre in figlio, si trasmettevano oralmente aneddoti, antefatti, fatti storici riguardanti il propri sovrani. La conoscenza delle vicende passate serviva a rafforzare le ragioni di un conflitto di un re verso un altro o, più frequentemente, trovare un accordo ricordando allo sfidante gli antichi rapporti di amicizia o favori che correvano fra i relativi antenati. I rispettivi griot comunicavano fra loro e poi riferivano al sovrano. Venivano anche utilizzati per convocare, suonando i tamburi, i sudditi nel centro del villaggio e per le comunicazioni ufficiali che il re doveva dar loro: bisbigliava al’orecchio del griot l’annunciazione e il griot parlava al suo villaggio.
Veniva considerato intoccabile, poteva avere degli schiavi messi al suo servizio dal re (anche mio nonno aveva una… “badante” che aiutava nei lavori e a cui ha poi dovuto trovare un marito) e viveva grazie al sostentamento fornito dal re in cambio dei suoi servizi e anche grazie agli omaggi degli altri re presso cui si recava. Mio nonno tornò una volta con un vagone ferroviario carico di cavalli, mucche, riso…
Poi, nonostante l’islamizzazione del Senegal e la scomparsa dei regni, i griot rimasero una figura importantissima per la memoria storica dei cittadini; conoscevano storie che si perdevano nella notte dei tempi e l’esatta genealogia delle persona più influenti. Assunsero così il ruolo di cantastorie, di coloro che raccontano vicende antiche e presenti nella comunità, accompagnandosi con strumenti a percussione. Sì, è un cantastorie e il custode della memoria della comunità.
Oggi chiaramente questo ruolo si va perdendo ma vengono chiamati ad esempio ai battesimi, anche nelle comunità africane in Italia e, prima ancora che il neonato venga battezzato, il griot lo tiene in braccio e gli racconta le storie della sua famiglia e dei suoi antenati.

E tu, Cristiano, che altre musiche africane conosci e ami? e perché hai messo quell'annuncio in un internet point, cioè come mai volevi lavorare con un africano?
Cristiano: Perché per gli africani (del West Africa) ciò che noi chiamiamo blues non è un genere con delle regole, non è codificato bensì si trova ad un livello più profondo, innato, ed era quello che mi interessava, quello spirito, più che il cantante blues da copione, pronto per il piano bar. Il mondo musicale africano, poi, è davvero un universo parallelo, gigantesco, variegato eppure per certi aspetti molto basico, in quanto viscerale (nelle sue forme più genuine).
Per quanto riguarda i miei ascolti, fra i nomi più conosciuti ci sono senz’altro Konono n°1 che vidi dal vivo a Torino cinque o sei anni fa. Sapete, quelli che al posto di basso e chitarre hanno tre ikembé con pick-ups improbabili… Ora non so cosa facciano ma il loro concerto fu un’esperienza vertiginosa.
Fra i meno conosciuti direi, fra gli altri, il kenyota Charles Chepkwony che ho conosciuto grazie al lavoro pazzesco di raccolta di musicassette africane fatto da Awesome Tapes from Africa… ma poi le cose più interessanti mi è capitato di sentirle in giro, per strada: sia in Mali dove ho assistito ad un concerto di una sorta di big band elettrica con due cantanti, tre chitarre, percussioni… il tutto con delay a palla: psichedelia pura. Oppure in Marocco a Merzouga, ai bordi del deserto o a Essaouira, dove spopola la trascinante musica gnawa… ma anche in Europa, quando ci sono musicisti di strada che suonano in maniera autentica. Mi appassiona il modo di concepire e di partorire la musica che è per lo più inedito a noi: è danza, è rituale, è frammento di un flusso ininterrotto e in qualche modo naturale; ci trovo una grande spontaneità, c’è innanzi tutto l’intenzione e l’espressione, prima della “confezione”.

Tu Abdou che musiche o musicisti europei ami, cosa ascolti? E di italiani?
Abdou: A dire il vero non ascolto musica italiana né in generale musica europea. Le sento alla radio così, distrattamente, ma quando devo scegliere le mia musica ascolto più che altro musica africana.

Peccato! Magari qualcosa che ti possa piacere lo troveresti… Invece cosa ne pensate dei gruppi come L'orchestra di piazza Vittorio o di via Padova? Vi irritano? Preferite ignorarli?
Cristiano: Ma no! Che ci siano pure, va bene… partono da un principio diciamo così sociale, di aggregazione fra diverse culture ed etnie (non so se ci riescano perché a dire il vero non li seguiamo), tutt’un altro presupposto rispetto al nostro: suoniamo assieme perché suoniamo bene assieme, indipendentemente dal fatto che siamo uno bianco e l’altro nero…

Vi infastidisce che vi chieda troppe cose sulla così detta interculturalità?
Cristiano: No, figurati, e poi c’era da aspettarselo,visto che siamo uno bianco e uno nero.
Abdou: Anche se per me è uguale, cioè suono con te e basta, mica guardo da dove vieni!
Cristiano: Però secondo me se suoniamo in Senegal i tuoi compaesani ti additano «Guarda, c’è Abdou Mbaye, quello che suona con il bianco…»
Abdou: [risate] No, più che altro mi fanno sorridere degli stereotipi, sia negativi che positivi… c’è il mito dei neri che hanno la musica nel sangue… ma va là! Mio fratello è nero quanto me eppure non ha senso del ritmo! Occorre studiare e suonare, suonare tanto! Mio figlio che ha tre anni batte il ritmo a tempo ma giusto perché lo porto in giro quando suono e mi segue sui suoi tamburelli… quando sarà grande, se vorrà suonare, dovrà studiare ma sarà avvantaggiato da questo, non perché è ha il ritmo nel sangue!
Cristiano: Occorre capire cosa si intende per interculturalità: spesso la cosiddetta intercultura è un patchwork degli aspetti più superficiali e folkloristici di una tradizione; si mescola tutto rendendolo più fruibile, ovvero confezionando ciò che la gente si aspetta da quella cultura, e il gioco è fatto. Questa non è cultura, è una sorta di Arbre Magic all’”aroma di”. Tanta della cosiddetta world music è fatta così: hai la percussione campionata, un tappeto di tastiere di plastica, qualche vocalizzo ad effetto e la gente si sente l’Africa in salotto… È interessante invece quando ognuno preserva il proprio background e il proprio approccio alla musica e allo strumento e lo mette in circolo assieme ad altri, senza plasmarsi. E senza scimmiottare qualcosa che non si ha dentro.

Mi fermerei qui, salvo un paio di domande finali di rito su progetti futuri e ancora vorrei sapere da te Cristiano che ci facevi in Africa e in Mali: lavoro, vacanza o che altro?
Cristiano: Vacanza! (Dio! forse è un po' poco interessante)… ad ogni modo abbiamo dei pezzi nuovi come BAXAMAXAM che già facciamo dal vivo ma per il momento sono lì a marinare, non li abbiamo ancora inscatolati; può essere che prima o poi li pubblicheremo da qualche parte.
Nel frattempo, ognuno per sé: Abdou sta facendo altro con musicisti incontrati qua e là e anzi siamo interessati a nuove collaborazioni. Al momento però nulla di definito, uscirà qualcosa quando avrà senso di uscire...



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