`High Violet´

Autore disco:

The National

Etichetta:

4AD (GB)

Link:

www.highviolet.com

Formato:

CD

Anno di Pubblicazione:

2010

Titoli:

1) Terrible Love 2) Sorrow 3) Anyone's Ghost 4) Little Faith 5) Afraid Of Everyone 6) Bloodbuzz Ohio 7) Lemon World 8) Runaway 9) Conversation 16 10) England 11) Vanderlyle Crybaby Geeks

Durata:

47:08

Con:

Aaron Dessner, Bryce Dessner, Matt Berninger, Scott Devendorf, Bryan Devendorf

il successo a chi se lo merita, per una volta

x Matteo Uggeri

Non è una provocazione. O forse sì. Un gruppo come i The National a svettare come TOP su una webzine come Sound and Silence. Ma se è vero che dei generi su queste pagine beige è sempre importato poco, e se è vero che quel che conta è la qualità dei dischi, forse è il caso di dare spazio anche a chi presto suonerà in un posto come l’Alcatraz a Milano e non solo a talentuosissimi semisconosciuti. Rispetto a questi ultimi si prova di norma più simpatia, salvo poi talvolta scoprire che mancano di umiltà pure loro o che comunque non sono considerati grandi perché ancora forse non meritano.
Ai nostri americani non mancano le qualità suddette, talento ed umiltà, ed è grazie ad esse che sono ora approdati alla prestigiosissima 4AD, loro che vengono dal piccolo Ohio, da Cincinnati per la precisione (d’accordo, vivono ormai da anni a New York, ma quelle radici si sentono).
Come molti han rilevato prima di me, i The National non hanno mai fatto il botto, il singolo della vita, il video da heavy rotation. Si son fatti strada anche grazie a collaborazioni importanti (su tutte la splendida compilation “Dark Was the Night”, vero bigino dell’indie rock degli anni zero, spero non ve la siate persa) e poi anche l’impegno sociale a sostegno di Obama, ma scalando ogni gradino con lentezza e fatica.
Han realizzato però grandi album, il variegato e a tratti aspro “Alligator” ed il più notturno “Boxer”, entrambi così belli da rendere difficile dire quale sia migliore, non fosse che ora con “High Violet” azzeccano la tripletta (altro che Inter!) e ci regalano anche potenziali hit, con Anyone’s Ghost o la quasi collosa e molto wave Conversation 16. Come sempre batteria in evidenza, a guidare tutto, e chitarre quasi mai in primo piano (e non sorprende leggere che parte della band stravede per i Bauhaus… non a caso siamo su 4AD), ma adesso anche cori (la bellissima apertura), qualche orchestrazione (impossibile riportare i nomi di tutti i session man presenti, su tutti il solito amichetto Sufjan Stevens) e la voce di Matt Berninger che di tanto in tanto riesce anche ad allontanarsi dal registro basso à la Nick Cave.
Immensi, anche considerate le foto stampa o i video, che li ritraggono sempre naturali, umili, inevitabilmente (a noi) simpatici. Una lezione per tutto il così (male)detto indierock: non pettinatevi mai.


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Data Recensione: 21/1/2011
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