Le prime due prove della non esistenza storica di Gesù Cristo    di Luigi Cascioli



(Pubblichiamo questo interessante documento, facendo presente ai lettori che altro materiale sull’argomento si trova nel sito web dell’autore. Altra documentazione scientifica è consultabile agli indirizzi: xoomer.virgilio.it e web.ticino.com)


Cristo_secondo_la_Chiesa_Cattolica
In seguito alla mancata risposta da parte dei tre ministri della Chiesa, don Enrico Righi, cardinale Biffi e il vescovo Carraro, alle mie ripetute richieste (vedi “Processo”su www.luigicascioli.it) con lettere aperte, pubblicate anche da giornali a diffusione nazionale, di una testimonianza confermante l’esistenza storica di Cristo, ho preso la decisione di essere io a portare a loro le prove della sua non esistenza anche se, per escluderlo dalla storia, sarebbe più che sufficiente il solo fatto che nessun documento contemporaneo parla di lui.

Riassunto telegrafico della situazione politico-religiosa della Palestina sotto l’occupazione romana:

Nel -63 Pompeo, istallatosi a Damasco dopo la conquista della Siria, decise, prima di rientrare a Roma, di dare un ordine sociale e politico a tutti i possedimenti dell’Asia compresa la Palestina che è era stata annessa all’Impero in qualità di protettorato. In Palestina c’era un conflitto tra i due fratelli Aristobulo II e Ircano II che si contendevano il trono di Gerusalemme quali appartenenti alla casta deglidella stirpe degli Asmonei sedicente discendente della stirpe di David.Pompeo, eletto arbitro della contesa, ritenendo Aristobulo II non affidabile per certe sue amicizie pericolose per Roma, decise in favore di Ircano II. sostenitori di Aristobulo II organizzarono una rivolta armata contro Ircano II. Pompeo pose termine ai disordini entrando in Palestina con le sue legioni. I partigiani di Aristobulo II furono sconfitti, Gerusalemme occupata, i legionari entrarono nel Tempio con conseguente profanazione del Sancta Sanctorum che generò in tutti gli ebrei un odio feroce contro i romani. Pompeo, riconfermato Ircano II al trono di Gerusalemme, ma sotto la sorveglianza di un controllore di sua fiducia nella persona di un certo Antipatro, nella certezza di aver ristabilito in maniera definitiva l’ordine, partì per Roma lasciando una sola legione a Gerusalemme. Alla morte di Aristobulo II, i suoi successoririprendono la lotta armata contro Ircano II. È in questa rivendicazione che appare la figura di un certo Ezechia nella parte di capo del movimento armato contro Ircano II e i romani suoi sostenitori. (vedi Fav. di Cristo pag. 87). Gabinio, proconsole di Siria (55-57 a.C.) intervenne con le legioni e dopo duri scontri riuscì a riportare l’ordine.

Giulio Cesare, succeduto a Pompeo, riconfermò Ircano II al trono di Gerusalemme ma con sempre accantoAntipatro nella sua carica di controllore (47 a.C.). Antipatro ha un figlio di nome Erode il quale, per realizzare l’ambizione di prendere lui il posto degli Asmonei sul trono di Gerusalemme, si schiera al fianco dei Romani nella lotta di repressione contro i rivoltosi di Ezechia. Morto Ezechia in uno scontro armato contro una pattuglia comandata dallo stesso Erode(44 a.C.), il suo posto di pretendente al trono di Gerusalemme viene preso da suo figlio Giuda, detto il Galileo nel significato che aveva questo appellativo di “rivoluzionario” perché era in Galilea che si trovava la più importante organizzazione rivoluzionaria. Ircano II, intanto, venne fatto prigioniero nella guerra che la Palestina stava conducendo contro i Parti. Approfittando della cattura di Aristobulo II, Erode s’istallò sul trono di Gerusalemme facendosi eleggere dai Romani re della Palestina. (-40).

Rientrato Ircano II dalla prigionia, Erode fece uccidere lui e tutti i suoi discendenti degli Asmonei che avrebbero potuto contestargli il regno, compresa sua moglie ... e i due figli che aveva avuto da lei. (È da questi eccidi che fu costruita quella strage degli innocenti riportata dai vangeli, che in realtà non è mai esistita). Erode muore nel 4 a.C. lasciando una successione complicata tra i suoi quattro figli. Alla morte di Erode, Giuda il Galileo, figlio di Ezechia, quale Asmoneo pretendente al trono di Gerusalemme, con un esercito formato da esseno-zeloti, attacca la legione romana di stanza a Gerusalemme generando una vera e propria guerra che termina dopo ben tre interventi da parte di Quintilio Varo, proconsole in Siria. La repressione da parte dei romani è feroce; la crocifissione di duemila rivoltosi genera un aumento di odio verso i Romani da parte degli ebrei.

Cesare Augusto, subentrato a Giulio Cesare, per rendere più controllabile la Palestina la divide in quattro tetrarchie affidandone ciascuna ad uno dei quattro figli di Erode. La più importante, quella della Giudea con capitale Gerusalemme, l’affida ad Archelao quale primogenito. Questa conferma da parte di Roma a mantenere i discendenti di Erode al comando della Palestina, genera nuove rivolte da parte dei rivoltosi guidati da Giuda il Galileo. Cesare Augusto, stanco dei continui disordini causati da tutte queste lotte di successione, decide di occupare militarmente la Palestina passandola da protettorato, quale era, a provincia dell’Impero Romano e toglie dal trono di Gerusalemme ogni pretendente di razza ebraica per sostituirlo con un procuratore romano a cui accorda ogni autorità, compresa quella di emettere condanne a morte (6 d.C.).

Come conseguenza del passaggio da protettorato a provincia, la Palestina viene sottoposta ad un censimento a fini fiscali che genera un fermento generale del quale ne approfitta Giuda il Galileo per organizzare un’ulteriore rivoluzione contro i romani, rivoluzione alla quale partecipa tutto il mondo ebraico di religione biblica in una maniera particolarmente sentita perché oltre al sentimento di ribellione contro l’imposizione delle tasse che sarebbe derivata dal censimento, esso vedeva nella sostituzione di Archelao con un procuratore romano al trono di Gerusalemme quell’avvenimento che avrebbe annunciato l’imminente avvento del Messia secondo quanto aveva predetto il profeta Giacobbe: Il tempo dell’attesa si compirà quando lo scettro di Davide passerà nelle mani di uno straniero. La partecipazione del popolo fu così massiccia e sentita da trasformare la rivolta in una vera e propria guerra che durò oltre due anni mettendo spesso in difficoltà le legioni romane venute dalla Siria.

Cristo_secondo_una_ricostruzione_fatta_al_computerMorto Giuda il Galileo in questa guerra, il suo posto nelle rivendicazioni al trono di Gerusalemme fu preso dal primogenito Giovanni e dagli altri suoi sei figli Simone, Giacomo il Maggiore, Giuda (non l’Iscariote), Giacomo il Minore, Giuseppe e, l’ultimo, Menahem, che morirà nella guerra giudaica del 66-70 dopo essere stato acclamato dagli esseno-zeloti, durante l’assedio di Gerusalemme da parte delle legioni romane, re dei Giudei. Fatta questa breve ricapitolazione per far comprendere quale importanza ebbero i discendenti della casta degli Asmonei nelle rivoluzioni messianiche, passiamo ora ad analizzare, attraverso una documentazione storica, questa squadra di combattenti Jahvisti, formata dai figli di Giuda il Galileo, per trarre da essa quelle che sono le prime due prove della non esistenza storica di Gesù Cristo.

Prova numero uno.

Secondo una prassi già seguita dai Maccabei nella loro rivolta contro gli Ellenisti (167 a.C.), i guerriglieri del movimento rivoluzionario messianico continuarono ad usare gli appellativi per quell’anonimato di cui hanno bisogno tutti i partigiani di questo mondo di proteggere se stessi nella loro latitanza e le proprie famiglie dalle ritorsioni che potrebbero subire dalle polizie nemiche, quali loro parenti. Come i cinque figli del loro antenato Mattatia (Giovanni, Simone, Giuda, Eleazzaro e Gionata che furono chiamati rispettivamente Gaddi, Tassi, Maccabeo, Auaran e Affus - I Mc. 2- 2), anche i figli di Giuda il Galileo, autonominatisi Boanerghes, cioè figli della vendetta, adottarono dei soprannomi personali oltre a quelli che gli furono attribuiti in forma generica, quali quelli Qanana e Zelota, che rispettivamente significano “rivoluzionario” (il primo in aramaico, il secondo in greco), e quello di “Galileo”, che veniva dato ai guerriglieri del nord perché era in Galilea che si accentrava una forte componente rivoluzionaria, come risulta da antichi documenti aramaici, greci e latini (Novum Testamentum Graece et Latine).

Ritenendo troppo lungo soffermarmi a parlare di tutti e sette i fratelli in questa lettera aperta, tratterò soltanto di quelli che mi sono direttamente coinvolti in quella che sarà la prima prova che porterò per dimostrare la non esistenza storica di Gesù detto il Cristo, cioè Simone che ebbe gli appellativi di Barjona, che in aramaico significa latitante, e Kefas (pietra), che gli fu dato nel significato allegorico di roccia per la sua corporatura muscolosa e massiccia, e Giacomo il Maggiore il cui nome viene associato nei documenti a quello di Boanerghe. La banda dei Boanerghes (figli della vendetta), operò come tutte le altre bande esseno-zelote, sul territorio palestinese per coinvolgere la popolazione, come era avvenuto nella rivolta del censimento, in quella che doveva essere a rivoluzione finale che, liberando la Palestina dall’occupazione romana, avrebbe rimesso sul trono di Gerusalemme un discendente della stirpe di Davide.

Partendo dalla regione della Golanite, cioè dai confini della Siria, attraverso la Galilea e la Samaria, era in Giudea, con la conquista di Gerusalemme, che doveva concludersi quel programma esseno-zelota che prevedeva la vittoria del bene contro il male, il trionfo definitivo degli angeli della luce, sugli angeli delle tenebre; i primi rappresentati da loro, sostenitori del monoteismo biblico, i secondi raffigurati dai seguaci delle divinità pagane. I Boanerghes non erano altro che una delle tante bande, di cui ci parlano gli storici contemporanei, che, approfittando del malcontento popolare generato dalle ingiustizie sociali, praticavano il proselitismo di massa aizzando, in nome di una morale comunista, i diseredati contro le classi privilegiate e contro le istituzioni della Stato, e terrorizzando coloro che si rifiutavano di collaborare: Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie. (Filone).

Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi sì che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate. (Giuseppe Flavio- Guerra Giud.)

“In illo tempore”, cioè nello stesso periodo messianico, apprendiamo dai Testi Sacri che un’altra squadra percorse la Palestina del tutto uguale a quella dei Boanerghes, sia nei nomi dei componenti che nell’applicazione del programma seguito per conquistare le masse, cioè quel programma che veniva eseguito dagli attivisti nazir esseno-zeloti promettendo alle classi umili l’eredità della terra e la conquista dei cieli se li avessero seguiti nel loro precetti, e terrorizzando coloro che gli si opponevano. Una combinazione di eventi e di persone che si potrebbe pure attribuire al caso, come qualche credente mi ha fatto osservare, se non ci fossero ulteriori considerazioni che ci confermano che in realtà una delle due deve essere esclusa dalla storia. Quale? Quella formata dai figli di Giuda il Galileo, confermata dai documenti storici, oppure l’altra sostenuta dai Testi Sacri?

Le figure di Simone e Giacomo ci vengono presentate da Giuseppe Flavio che così ci parla di essi: Sotto l’amministrazione del procuratore Tiberio Alessandro (44-46), si verificarono disordini che portarono alla cattura di due figli di Giuda il Galileo: si chiamavano Simone e Giacomo, e furono entrambi crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea. (Giuseppe Flavio - Ant. Giud.-XX, 102 - Classici UTET). Se il Simone e Giacomo dei quali ci parla la storia risultano essere due figli di Giuda il Galileo crocefissi nel 44 sotto il procuratore Tiberio Alessandro con l’accusa di essere dei rivoluzionari, chi sono il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri? I vangeli ce li presentano come due pescatori che Gesù incontrò mentre passeggiava lungo la riva del lago di Tiberiade mentre gettavano le reti. Seguendo quell’ispirazione divina che si trova alla base di ogni affermazione testamentaria, Gesù si rivolse a loro invitandoli a seguirlo sulla promessa che li avrebbe resi “pescatori di uomini”, ed essi, senza porsi domande, lo seguono per diventare, così, suoi discepoli. (Mt. 4,18).

lago_tiberiadeDopo essere stato dichiarato “figlio di Giona”, Simone fu prescelto da Gesù come la “pietra” sulla quale egli avrebbe edificato la sua Chiesa: Beato te, figlio di Giona, gli disse Gesù, tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. (Mt. 16,17). Giacomo ricevette da Gesù, l’appellativo di Boanerghe: Gesù diede a Giacomo l’appellativo di Boanerghe. (Mc. 3,17). Simone difese Gesù al Getsemani, dove, stando al vangelo, era andato con gli apostoli a pregare, tagliando con un colpo di spada l’orecchio ad una guardia del Tempio di nome Malco: Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del Sommo Sacerdote e gli tagliò l’orecchio. (Gv. 18,10). La biografia evangelica di Simone e Giacomo, terminano con l’incitamento che Gesù gli rivolge, prima di risalire in cielo, di “andare in tutto il mondo e predicare il vangelo”. (Mc. 16,15).

La figura di Simone la ritroviamo negli Atti degli Apostoli nel ruolo di capo che guida la prima comunità cristiana di Gerusalemme e la istruisce fino a quando non viene catturato insieme a Giacomo per volere di Erode Agrippa (41-44) con l’ordine che vengano entrambi giustiziati. Ma, per un miracolo divino, mentre Giacomo fu ucciso di spada, Simone si salvò perché un angelo lo liberò dalle catene e lo fece fuggire aprendogli la porta della prigione: In quel tempo il re Erode Agrippa (41-44) cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro il quale però non venne ucciso perché mentre era in prigione in attesa dell’esecuzione, un angelo lo liberò dalle catene, gli aprì la porta del carcere e lo fece fuggire. (At.12- 1 e segg.). È così, con questa fuga dalla prigione, che finisce la biografia di Simone secondo le Sacre Scritture; tutto il resto che riguarda la sua venuta a Roma e la nomina a primo Papa è stato aggiunto dai Padri della Chiesa.

Per ciò che riguarda la sua morte nessun documento testamentario ne parla. Essa è stata costruita nel IV secolo quando la Chiesa lo dichiarò primo Papa per dare il primato a Roma sul cristianesimo. Prima di quella che viene oggi riconosciuta come vera, nella quale ci viene presentato nel coraggio di un Papa eroe che affronta la crocifissione sorridendo dopo aver assistito impavido al supplizio di sua moglie, e nell’umiltà di un discepolo che chiede di essere crocefisso con la testa all’ingiù perché non si ritiene degno di morire nella stessa posizione di Cristo, a Simone furono attribuite altre due morti. In una si diceva che era morto come un pusillanime che era andato al patibolo piangente e tirato con forza, e in un’altra si diceva che era stato crocefisso per volere di Nerone perché in una sfida di magia aveva provocato la morte di Simone il Mago facendolo cadere, con le sue preghiere, dall’alto mentre volava.

Tre morti differenti ma tutte aventi un preciso significato. La prima che gli fu data in relazione al mago Simone, doveva dimostrare la superiorità dello Spirito Santo su ogni forma di magia, la seconda, quella che la affronta piangente, doveva confermare il suo carattere pusillanime che lo aveva portato a rinnegare tre volte Gesù, e la terza, quella definitiva che viene sostenuta dalla Chiesa, fu costruita per confermare la forte personalità di colui su cui Cristo aveva costruito la sua Chiesa. Il fatto della testa all’ingiù fu escogitato dai padri della Chiesa per evitare che un secondo crocefisso potesse creare dei problemi nella catechesi cristiana.

Simone e Giacomo di Giuseppe Flavio sono gli stessi dei quali parlano i Testi Sacri?

A chi potrebbe obbiettare che il Simone e il Giacomo riportati da Giuseppe e dai documenti scritti in aramaico e greco (obiezione che sono stati capaci di pormi i più accaniti sostenitori delle verità evangeliche), non sono gli stessi di cui parlano i testi sacri, perché nulla ci vieta di ammettere che possano essere esistite contemporaneamente due coppie di persone che avevano lo stesso nome, noi porteremo ulteriori prove che, tratte dalle falsificazioni che furono operate dai Santi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio, Girolamo ecc.), elimineranno nella maniera più inconfutabile ogni possibilità di scappatoia anche in coloro che persistono nel più irriducibile irrazionalismo della fede.

Esaminiamo gli appellativi che vengono attribuiti a Simone e Giacomo secondo gli antichi documenti:

Barbona: Il Barjiona dato al Simone dei Boanerghes, dal significato originario di “latitante”, che ritroviamo trasformato in nei Testi Sacri non è che il risultato di una manipolazione operata sulla parola nella traduzione dall’aramaico in greco.

Sapendo che in aramaico “bar” significa figlio, i Padri della Chiesa ricavarono “figlio di Giona” separando “bar” da “Jona” con l’accortezza di scrivere bar in lettera minuscola come un nome comune e Jona in lettera maiuscola per farlo diventare nome proprio di persona: Simone Barjiona = Simone bar Jona = Simone figlio di Jona. (Da Novum Testamentum Graece et Latine pag. 54, 17).

Che questa trasformazione sia una il risultato di una voluta falsificazione e non di un errore di traduzione ci viene confermato da tre motivi:

a) La parola aramaica “bar”, non può trovare nessuna giustificazione in una traduzione scritta tutta in greco se non in un’intenzionalità tesa al raggiungimento di uno scopo.

Israele_oggib) Il nome proprio Jona, non esistendo in aramaico, esclude ogni possibilità di attribuire una figliolanza a qualcuno che non può avere questo nome.

c) La parola in “bar”, nel significato di figlio, si trova sul testo greco soltanto davanti a “Giona” mentre in tutti gli altri casi viene giustamente tradotta con “fios”.

Praticamente, in un testo scritto tutto in greco, i traduttori (falsari) hanno inserito questa parola aramica bar che, guarda caso, sparisce poi nella versione latina dove “bar Jona” viene tradotto con “filius Jonae”. Tutto questo perché il Simone Barjona latitante in aramaico, passando per Simone bar Jona nella traduzione greca, perdendo ogni traccia del rivoluzionario, possa divenire il pescatore di anime “Simon filius Jonae” dei vangeli canonici. E come per Simone, altrettanto furono operate negli altri componenti la banda dei Boanerghes quelle manipolazioni necessarie perché gli appellativi rivoluzionari assumessero un significato pacifico, come Qananite, che in Aramaico significa rivoluzionario, che fu trasformato in Cananeo, cioè oriundo della città di Cana, e Galileoin abitante della regione della Galilea.

Kefas: L’appellativo Kefas (cefa), che nel significato di “pietra” fu dato a Simone per la sua massiccia corporatura, fu trasformato dai falsari in quel nome proprio di “Petrus” che, in senso traslato, sarà usato per indicare in lui la “pietra” su cui Gesù edificherà la sua Chiesa. Beato te, Simone, figlio di Giona... tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Mt. 16- 17 e segg.). Frase che se fosse stata espressa nel significato originale, avrebbe suonato: Beato te, Simone, latitante, perché sarà su di te, forte come una roccia, che io edificherò la mia rivoluzione, quella rivoluzione che gli Asmonei, seguendo il programma esseno-zelota, stavano preparando contro i Romani per la liberazione della Palestina.

Boanerghe e Zelota: Questi due appellativi dati a Giacomo quale combattente Jahvista appartenente alla banda dei Boanerghes, confermati come sono dagli stessi vangeli canonici non hanno bisogno di ulteriori documentazioni e commenti per quanto la Chiesa cerchi di cambiarne il vero significato rivoluzionario dicendo che Zelota fu dato a Giacomo nel significa di “zelante nell’amore per Cristo” e Boanerghe perché era sua abitudine di parlare a voce alta come un tuono.

Ma per quanto i falsari abbiano cercato di far sparire ogni traccia rivoluzionaria nella trasformazione dei Bohenerges in pacifici discepoli di Gesù, tanti sono i passi rimasti nei vangeli che testimoniano la loro originale natura estremista, quale quello citato da Luca che “nell’autorizzazione che i discepoli chiedono a Gesù di incendiare un villaggio samaritano perché si era rifiutato di concedergli asilo” (Lc. 9,51 e segg.) ci riporta a quanto gli storici del tempo scrissero di queste squadre estremiste esseno-zelote: Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie. (Filone).

Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi si che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate. (Giuseppe Flavio - Guerra Giud.).

Alla domanda di come sia possibile che nei vangeli si trovino passi che possano testimoniare la vera natura zelota nella squadra di Gesù quando la Chiesa avrebbe avuto tutto l’interesse di nasconderli, la risposta la troviamo nel fatto che i quattro vangeli canonici, scritti tutti nella seconda metà del II secolo, furono totalmente ricopiati dal vangelo che i Battisti scrissero, nella seconda metà del I secolo, per costruire in Giovanni Battista la figura del predicatore spirituale e del rivoluzionario zelota secondo i canoni del movimento esseno-zelota che volevano un Messia dalla duplice figura, la figura del predicatore spirituale e la figura del guerriero davidico. Ma questo fa parte di un capitolo che sarà trattato a parte.

Dimostrato così che Il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri non sono altro che due figure immaginarie ricavate dal Simone e Giacomo che Flavio Giuseppe ci presenta come figli di Giuda il Galileo, tutto ciò che la Chiesa sostiene su di essi crolla miseramente. Come si può ancora credere che il Simone Pietro, figlio di Giona, sia potuto andare a Roma nel 62 ed esservi eletto primo Papa se è stato crocifisso nel 44 sotto Alessandro Tiberio con l’accusa di rivoluzionario? Come si può pretendere che tutta la storia della Chiesa possa reggersi ancora su una favoletta, quella favoletta dell’angelo che liberò Simone dalle catene?

Prova numero due dell’inesistenza storica di Gesù.

La seconda prova della non esistenza storica di Gesù ci sarà fornita, netta ed inconfutabile, mettendo in diretto confronto la figura del Messia dei Testi Sacri, detto il Nazareno, con il Messia della Storia, detto il Nazireo, entrambi pretendenti al trono di Gerusalemme in qualità di “re dei Giudei”.

Messia dei Testi Sacri.

Il Messia dei Testi Sacri, al quale la Chiesa ha dato il nome di Gesù, ci viene presentato secondo i seguenti dati anagrafici:

a) Paternità: figlio primogenito di Giuseppe.

b) Luogo di nascita: Betlemme, anche se Marco e Giovanni non ne fanno menzione nelle loro biografie cominciando il racconto della sua vita da quando aveva trent’anni.

c) Residenza: Nazaret, perché la città natale di suo padre Giuseppe, secondo il biografo Dottor Luca, perché ha dovuto rifugiarcisi dal ritorno dall’Egitto dove si era rifugiato per sfuggire alla strage degli innocenti ordinata da Erode che voleva ucciderlo perché ritenuto suo concorrente al trono di Gerusalemme.

d) Professione: Rabbi.

e) Ha due appellativi, quello di Galileo perché Nazaret si trovava nella regione della Galilea, e quello di Nazareno che gli viene dalla città di Nazaret, considerata sua patria per adozione da Matteo e per discendenza atavica da Luca.

Nazarethf) Inizia la sua missione di predicatore formando una squadra di dodici discepoli, dei quali alcuni sono suoi fratelli che si chiamano Simone Pietro, detto Cefa, figlio di Giona, Giacomo il Maggiore detto Boanerghe, Giuda detto Teudas (Taddeo), Giacomo il Minore detto Zelota... degli altri otto, essendo alquanto complicata la spiegazione dei nomi, ne parleremo in una prossima lettera aperta.

Con questa squadra di discepoli, partendo dai confini della Siria (Mt. 4,23), dopo un periodo di prediche di durata imprecisata (tre per i biografi Matteo e Marco, due per il biografo Dottor Luca e uno soltanto per il biografo Giovanni), percorre la Palestina predicando una morale del tutto identica a quella esseno-zelota, giunge a Gerusalemme perché è in questa città che, secondo i Testi Sacri, deve concludersi la sua missione di evangelizzatore.

Prima di entravi, ne prevede la distruzione. (Mt. 24,15).

g) Sotto le feste di Pasqua, dopo aver consumato una cena nella quale i discepoli vi partecipano armati di spade, viene arrestato nel Getsemani e crocefisso sotto l’accusa di aver commesso reati di natura religiosa e politica; religiosa, per essersi dichiarato figlio di Dio, e politica, per aver sostenuto di essere il re dei Giudei (reato gravissimo per i Romani), di aver tentato di sollevare il popolo e di avere impedito di pagare i tributi a Cesare ( Lc. 23 - 1,5).

Giovanni di Gamala secondo la documentazione storica. a) Paternità: figlio primogenito di Giuda il Galileo.

b) Luogo di nascita: Gamala, sita nella regione della Golanite confinante con la Siria.

c) Residenza: Gamala, città degli Asmonei.

d) Quale discendente della stirpe di David, viene ricercato da Erode perché lo considera un suo rivale al trono di Gerusalemme.

e) Professione: Rabbi.

f) Ha due appellativi, quello di Galileo come suo padre Giuda, anche se di origine Golanite, perché appartenente al movimento rivoluzionario che ha sede in Galilea, e quello di Nazireo perché appartenente alla casta politico-religiosa dei Nazir alla quale il movimento rivoluzionario aveva affidato la propria propaganda secondo i canoni della morale esseno-zelota.

g) Inizia la sua missione di propagandista rivoluzionario costituendo una banda di guerriglieri, autonominatasi “Boanerghes” (figli della vendetta), della quale fanno parte i suoi sei fratelli, i cui nomi sono Simone Barjiona, detto Cefa, Giacomo il Maggiore, detto Boanerghe, Giuda, detto Teuda, Giacomo il Minore, detto Zelota, Giuseppe e Menahem. Con questa banda di guerriglieri, partendo dalla sua regione Golanite, che si trova ai confini della Siria, percorre la Palestina per concludere la sua missione in Giudea con la conquista di Gerusalemme.

e) Sotto le feste di Pasqua (era in questa ricorrenza che i rivoluzionari organizzavano le rivolte approfittando della confusione generata dal forte afflusso di pellegrini) viene catturato nel Getsemani e quindi crocifisso sotto l’accusa di promotore di una rivolta.

Confronto storico - geografico tra Nazaret e Gamala. Come si vede dai due estratti sopra riportati, ci troviamo di fronte a due personaggi che, tolto qualche dato, come la paternità e la città da cui provengono, hanno tutto il resto in comune. Sono entrambi perseguitati da Erode perché vede in essi dei probabili rivali al trono di Gerusalemme quali discendenti della stirpe di Davide, sono tutti e due Rabbi, hanno lo stesso appellativo di “Galileo”, sono capi di due squadre composte da seguaci tra cui ci sono loro fratelli che hanno lo stesso nome, e iniziano, sia l’uno che l’altro, la loro missione dai confini della Siria per concluderla sotto le feste di Pasqua a Gerusalemme, dove vengono catturati nell’orto del Getsemani per essere crocefissi sotto l’accusa di rivoltosi.

Lasciando da parte le paternità che non possono essere discusse su un piano storico perché quella di Giuseppe, attribuita a Gesù dai Testi Sacri, non è altro che il risultato di un’immaginaria elaborazione biblica, passiamo ad esaminare l’altra differenza che possiamo affermare essere la sola che si oppone a fare dei due personaggi la stessa persona, cioè quella riguardante le due città che vengono indicate come loro patrie; la città di Nazaret che viene attribuita a Gesù dai vangeli e la città di Gamella che viene attribuita a Ezechia, nonno di Giovanni, da Giuseppe Flavio.

Nazaret.

Lasciando l’annosa discussione riguardo la sua esistenza al tempo di Gesù che da alcuni è negata perché nessun documento né parla prima del IX secolo, mentre da altri viene riconosciuta sotto forma di un piccolo raggruppamento di capanne dai tetti di paglia, procediamo nella dimostrazione della seconda prova considerando Nazaret nella sua posizione geografica leggermente collinare distante circa trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade. Analizzando i vangeli non si può non restare sorpresi dal fatto che le descrizioni che essi fanno della patria di Gesù non hanno nulla a che vedere con la realtà. Leggiamo insieme: Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella Sinagoga. La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito ciò che dicevano, partì di là su una barca, ma visto che la gente restava sulla spiaggia guarì i malati e moltiplicò i pani e i pesci. Congedata la folla, salì sul monte e si mise a pregare. Dal monte vide che sotto, nel lago di Tiberiade, la barca degli apostoli era messa in pericolo dalle onde generate dal vento che si era improvvisamente levato. (Mt. 13,2).

Se la patria di Gesù è Nazaret, come viene affermato dalla Chiesa, e Nazaret è una città situata su una zona leggermente collinare e lontana dal lago di Tiberiade trentacinque chilometri, vorrei che almeno uno dei tre (don Enrico Righi, il card. Biffi e il Vescovo Carraro), ai quali mi sono rivolto perché mi dessero una prova, una soltanto, dell’esistenza storica di Gesù, mi spiegasse come possa esserci una riva, delle barche un monte che si erge sul lago di Tiberiade. Una vera contraddizione che non può trovare nessuna giustificazione, anche la più assurda, dal momento che la troviamo ripetutamente confermata da tutti gli evangelisti come risulta dai passi sotto riportati:

Gamala Gesù si recò a Nazaret dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di Sabato nella sinagoga e si alzò a leggere... all’udire queste cose tutti furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero al ciglio del monte sul quale la città era situata per gettarlo giù dal precipizio, ma egli, passando in mezzo a loro se ne andò. (Lc. 4- 14 e segg.).

Quel giorno Gesù uscì di casa e, sedutosi in riva al mare (lago di Tiberiade), cominciò a raccogliersi intorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca. (Mt. 13- 1,2).

Sentendo ciò che diceva, una gran folla si recò da Gesù. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero... salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle andassero da lui... Entrò in casa e si radunò intorno a lui molta folla, al punto che non poteva neppure prendere cibo. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Dopo aver spiegato chiaramente chi fossero realmente i suoi parenti, uscito di casa, Gesù si mise a insegnare di nuovo lungo il mare ...e come questi, tanti sono ancora i passi dei quattro evangelisti che, riferendosi alla città natale di Gesù, escludono nella maniera più evidente che Nazaret possa essere la sua patria almeno che non si voglia, e tutto è possibile alla fede, mettere barche in un paese che dista trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade e trasformare un pagliaio in una montagna.

Gamala.

Se la patria di Gesù non è Nazaret, quale è allora questa città a cui si riferiscono i vangeli? La risposta ci viene da un passo della “Guerra Giudaica” nel quale Giuseppe Flavio ci parla di Ezechia, padre di Giuda il Galileo e nonno di Giovanni, pretendente al trono di Gerusalemme quale appartenente alla casta degli Asmonei discendente della stirpe di Davide:

Ezechia era un Rabbi appartenente a famiglia altolocata della città di Gamala che era situata sulla sponda golanite del lago di Tiberiade. Questa città non si era sottomessa ai romani confidando nelle sue difese naturali. Da una montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s’innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti che di dietro, tanto da somigliare al profilo di un cammello (gamlà); da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l’esatta pronuncia del nome chiamandola Gamala. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro. Ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio. Le case costruite sui pendii erano fittamente disposte l’una sopra l’altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall’alto su se stessa. Affacciata a mezzogiorno, la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto di cui un dirupo privo di mura sprofondava in un profondissimo burrone.(Guerra Giud. IV - 4,8).

Basta rileggere uno solo dei passi evangeli citati per renderci conto che la città di Gesù, corrispondendo esattamente alla descrizione di Giuseppe Flavio, non è assolutamente Nazaret ma Gamala.

Ma come è potuto accadere che gli evangelisti siano caduti in una simile incoerenza? La risposta è semplice: il capitolo riguardante la nascita di Gesù, nel quale viene dichiarata Nazaret come patria di Gesù, fu aggiunto in Matteo e in Marco quando i vangeli erano già stati scritti e pubblicati, cioè nel IV secolo, allorché i Padri della Chiesa decisero di dare a Gesù una incarnazione attraverso una nascita terrena, incarnazione che fino ad allora era stato sostenuto essere avvenuta all’età di trent’anni, nel momento del battesimo ricevuto da Giovanni, per dichiarazione di Dio: Questi è il mio figlio prediletto, che oggi ho generato.

Perché fu scelto proprio Nazaret, quel paese che al tempo di Gesù poteva essere tutt’al più rappresentato da un insignificante villaggio formato da quattro capanne dai tetti di paglia e non una città di maggiore importanza come Cafarnao, Sefforis o altre? Perché dovevano far sparire quell’appellativo di Nazireo che, significando “attivista del movimento rivoluzionario”, avrebbe compromesso la trasformazione di un combattente Boanerges, figlio della vedetta, in un predicatore di pace e di perdono. E, così, ancora una volta, come in tante altre trasformazioni fatte per nascondere la natura originaria zelota dei discepoli (vedi “quananite”, in nativo di Cana, “Ecariot” in nativo di Keriot, “Galileo” nativo della Galilea), ricorrendo all’espediente geografico, trasformarono “Nazireo” in “Nazareno” quale oriundo della città di Nazaret. Trasformazione che, secondo gli esegeti, spinge ad un sorriso di compassione nella sua arrogante falsità se si considera che gli abitanti di Nazaret non si chiamano nazareni, ma“Nazaretani”. Dunque, se la patria di Gesù non è Nazaret ma Gamala, chi altri, in realtà, egli ha potuto essere se non quel figlio di Giuda il Galileo che, quale primogenito di sette fratelli, morì crocifisso per restaurare il regno di David di cui lui, quale asmoneo, ne pretendeva il trono?

Queste sono le prime due prove che invio come risposta al silenzio della Chiesa alla mia richiesta di una prova sull’esistenza storica di Gesù, detto il Cristo, per la quale, se mi fosse fornita, sono pronto a ritirare subito la querela contro la Chiesa, nella persona di don Enrico Righi, per abuso di credulità popolare e sostituzione di persona.

Ho detto le prime due perché altre ne seguiranno.

P.S. Risponderò ad eventuali obiezioni soltanto se mi verranno da una delle tre persone sopra nominate o da chi, prendendo il loro posto, si assuma tutta la responsabilità della Chiesa nella qualità di suo ministro. Ogni intromissione di terzi appartenenti al mondo laico, per quanto dotti e credenti possano dimostrarsi, sarà respinta.



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Le prime due prove della non esistenza storica di Gesù Cristo