Mies (Racconto Breve)    di Massimo Gennari

Lo stridore dei freni destò il ragazzo che aprì gli occhi e si alzò di scatto dalla poltroncina numero centouno. Le ossa doloranti per la posizione assunta nelle ultime ore e la bocca impastata dall’ultimo sorso di vino rosso. La bottiglia del Chianti giaceva vicino al sedile mentre una vistosa macchia rosso sangue sulla camicia denunciava i gusti alcolici del giovane. Ricordava vagamente le ultime ore passate sfogliando stancamente la vecchia guida turistica della città che andava a visitare. Barcellona ultima tappa del suo lungo viaggio [... alla ricerca delle mie radici ...] in Europa. A Londra in aeroplano, a Parigi in treno passando sotto la Manica, in Germania e in Italia in visita di certi lontani e sconosciuti parenti secondo il suo, ormai, solito itinerario labirintico e immaginifico così come le sue letture e interessi. Ad Aquisgrana a trovare i discendenti del nonno naturale e a Firenze a incontrare i fratelli della sua giovane madre. Più volte si era domandato, durante l’adoloscenza, dello strano legame che si poteva essere innescato nel suo codice genetico per il fatto di avere nelle vene un miscuglio di sangue tedesco e italiano. La mamma gli aveva spesso parlato del nonno naturale, del suo pensiero, della sua grande cultura e delle sue ricerche. In realtà il giovane adolescente era più interessato ai videogiochi e alle ragazze, alla musica e ai viaggi piuttosto che ai discorsi su questo suo grande [... o presunto tale...] consanguineo. Il babbo lo aveva interessato più al football che al soccer, più alla musica che all’arte. Forse la mania dei viaggi [...sempre più labirintici, lunghi e solitari...] che aveva cominciato a sperimentare fin dall’età di quindici anni gli era derivata dalla nonna che in gioventù [come raccontava la mamma] aveva molto viaggiato per tutti i continenti, con tutti i mezzi di locomozione, prima di approdare sulle sponde del lago Michigan e incontrare il nonno nel millenovecentotrentanove [... allo scoppio dell’ultima guerra mondiale...]. Chicago era la sua città ma lui si sentiva profondamente cittadino del mondo. Col tempo aveva abbandonato i videogiochi e lo sport ma la musica no. La musica [...il caldo jazz degli anni trenta-cinquanta e le ballate delle grandi voci femminili dei neri d’America...] e gli spaghetti [... con la pomarola in goppa..]; il vino rosso [...Chianti e solo Chianti...] e i viaggi alla scoperta del mondo; le donne [...saran belli gli occhi neri ...saran belli gli occhi blu ...ma le gambe ... ma le gambe ... a me piacciono di più... - canticchiava spesso ricordando una vecchia canzone intonata dal babbo sotto la doccia -] e le letture del fantastico [...tutto il fantastico...] erano i suoi unici, veri, interessi fisici e mentali. Forse il miscuglio di razze che componeva il suo d.n.a., il suo sangue e la sua struttura ossea erano alla base di questa sua continua irrequietezza; questo disinteresse per le materie scolastiche tradizionali e per la società organizzata in generale. Si sentiva un po' come un anarchico dei primi del novecento [...che lanciava bombe alle locomotive...] ma girava il mondo con i dollari del babbo banchiere e con il g.s.m. satellitare in tasca. Con la zaino in spalla, gli ultimi travel cheque in tasca ed il vecchio sassofono in mano discese dal treno e andò incontro al caldo settembre del sud della Spagna. La metropolitana era il suo mezzo di trasporto ed il luogo naturale delle sue esibizioni alla ricerca del denaro [...per mangiare...] e degli occasionali compagni [...e compagne...] che, come le mosche sul miele, sottoterra si riunivano. Lungo il viaggio decise per un giro nella città storica con passeggiata sulle ramblas [...come un qualunque turista...] fino al porto. Snobbava le chiese e i musei ma era curioso di vedere il tempio della Sagrada Famiglia con i suoi fantastici torrioni che un grande architetto [...pazzo?...] aveva iniziato alla fine del secolo scorso. Le offerte dei fedeli contribuivano alla costruzione che [...secondo le notizie ricavate dalla vecchia guida turistica...] sarà inaugurata il trentuno dicembre della fine del millennio. Si riposò all’ombra del Portal du la Pau e per scaricare la tensione, accomulata nei tre mesi del suo itinerante viaggio, intonò la melodia della vecchia composizione [...Sophisticaded lady del grande Duke...] che più amava. Poi, con calma, si incamminò lungo l’avingua del Paral-lel verso la plaça d’Espagna con l’intenzione di onorare la promessa fatta alla madre. Dalla piazza verso la collina e il parquet de Montjuic costeggiando i palazzi costruiti per l’esposizione universale del millenovecentoventinove. Caracollò lungo le rampe e salì la scalinata fino alla plaça de Carles Buigas. Si sedette sul muretto della grande fontana ellittica. Da li poteva spaziare la vista su gran parte della città ottocentesca con i suoi ordinati isolati quadrati. Quindi, percorrendo un bel viale alberato fiancheggiato da un doppio filare di aranci e limoni su vasi in terracotta, si diresse verso l’etereo edificio che ospitava il padiglione tedesco. Entrò nel complesso e si appoggiò un momento ad un cruciforme pilastro cromato. Ammirò la formale eleganza della poltrona in acciao e cuoio bianco [...uguale a quella che abbiamo a casa...] sul quale aveva appoggiato [...in posizione di riposo...] il sudicio zaino. Subito un custode lo apostrofò in Catalano stretto invitandolo a toglierlo. A tutta prima il giovane non capiva che cosa volesse costui. Lo comprese bene quando le parole furono accompagnate da chiari gesti e spintoni. Stizzito girò lo sguardo verso la grande vetrata di cristallo smerigliato e notò certi strani oggetti luccicanti che si trovavano nel giardino di fronte al padiglione. Uscì costeggiando una grande parete di verde marmo di Tinos intenzionato a scoprire cosa fossero. Lungo il percorso gettò lo sguardo entro una certa scala che si infilava nel verde prato circostante. Dal terreno sbucavano dei piccoli lucernari in cristallo e acciaio [...arrugginito?...] che certo alludevano a locali sottostanti. Si approssimò ai manufatti oggetto della sua curiosità e, avvicinandosi, scoprì che si trattava di modelli in bronzo [...in scala...] di certi palazzi dall’aria razionalista. Una panca circondava il grande cortile quadrato sottostante mentre i plastici erano sorretti da piedistalli in bianco travertino. I piedistalli continuavano verso il cortile impostando i tozzi pilastri del portico interrato. Stancamente si interessò alle ombre che i piccoli volumi proiettavano nel cortile in pietra. Percorse il quadrilatero e ritornò alla scala che lo aveva incuriosito. Portava verso il cortile che aveva appena visto da sopra. Decise di provare la discesa nelle viscere della terra. Una targa su lastra di ottone incisa da eleganti caratteri italici lo informò che stava entrando nella Fondaciò Mies Van Der Rohe, Monttjuic, Barcellona. Percorse d’infilata il portico dalle tozze colonne e godé della fresca aria condizionata del locale d’ingresso. Da li uno stretto corridoio illuminato da un ampia vetrata lo condusse alla cafetteria dove si ristorò con della pura acqua naturale e un buon caffè [...espresso italiano...] . Si affacciò sul cortile e notò l’ingresso alla biblioteca. La sala della consultazione era gremita da giovani dalle molteplici lingue. Pareva una babele biblica: tedesco, inglese, italiano, francese, spagnolo e tanti e tanti altri. Scelse un libro sull’architettura tedesca nel periodo tra le due guerre. Si interessò alle lontane teorie di quei maestri del movimento moderno e si accorse, con piacere, della perfetta luce; diffusa, schermata e zenitale che proveniva dai lucernari visti poco prima sul prato. Concentrò la sua attenzione sull’architetto che aveva edificato il padiglione da poco visitato e a cui era intitolata la fondazione. Le belle foto in bianco e nero dei lontani [...nel tempo e nello spazio...] edifici lo affascinarono e lo introdussero allo studio delle piante e delle sezioni. Terminata la lettura si avviò lungo il portico verso la parte opposta alla biblioteca. Un grande velario tutto dipinto alludeva ad una esposizione di quadri di giovani pittori italiani [... toscani in verità...] delle ultime generazioni. Il riso dell’Universo era il titolo sul cartellone. Il locale adibito alla mostra aveva accesso da un ballatoio sul portico e si sviluppava sotto la quota di calpestio del cortile esterno. Una grande sala rettangolare dalle proporzioni interessanti e dalla strana illuminazione zenitale lo accolse. Tutto il soffitto era costruito in cristallo voltato a forte spessore sorretto da una elegante struttura in acciaio. Delle strane ombre in movimento si notavano da sotto. Aguzzando la vista si accorse che erano pesci [...rossi...] che stancamente increspavano la bassa superficie di acqua soprastante. La luce del sole era filtrata dal liquido in copertura e l’effetto era molto ma molto piacevole. Si interessò alle vicende pittoriche di quei giovanotti di belle speranze e decise per l’invio di un pensiero a sua sorella che era rimasta a casa. Il telefono cellulare era accesso entro la tasca dello zaino ma gli pareva troppo brutale affidare le proprie sensazioni alla macchina elettronica. Ricordò che nel vicino negozio aveva notato quello che faceva per lui. Una bella cartolina riproduceva [...in bianco e nero...] la foto della poltrona che aveva innescato il diverbio con il custode del padiglione. Un anziano signore in giacca e cravatta, con camicia bianca e fazzoletto al taschino [... il taglio della foto e il suo abbigliamento denunciavano il periodo dello scatto - M.V.D.R., Chicago, 1961 - lesse sul retro -...] gesticolava con le mani stringendo un grosso sigaro. Guido J. indirizzò la missiva postale alla sorella Giulia e compose poche parole a formare quattro brevi frasi [...illogiche, labirintiche e scollegate come era suo costume...] che vergò con grafia piccola e minuta munito di un mozzicone di grafite arancione. Le riportiamo integralmente così come ci sono pervenute anche con gli errori di sintassi e di grammatica: “cara Sorella ... alta e snella e bella bella... sono molto felice. Guarda la poltrona di casa nostra con sopra il nonno. ho Deciso. da Grande farò l’Architettore”.

[racconto breve] 07-03-98 emmegia

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