Anthony Burr & Skúli Sverrisson    
di etero genio (no ©)





Ultimo anno del ventesimo secolo: Anthony Burr e Skúli Sverrisson pubblicano “Desist”, un CD d`elettronica minimale migliore di molti altri dischi sopravvalutati appartenenti allo stesso genere. L`elettronica minimale sta vivendo la stagione di massima popolarità , eppure “Desist” passa quasi inosservato. Perché? Potrebbero essere addotti numerosi motivi, a partire dalla cronica diffidenza dimostrata da chi ascolta musica nei confronti di quei dischi che non sono sufficientemente spinti dalla stampa e/o dai distributori e dalle etichette discografiche. E “Desist” fu pubblicato dalla piccolissima Fire Inc., proprio nel momento in cui sopra al carro vincente dell`elettronica minimale erano saliti una serie di marchi ben più agguerriti e rampanti. I due autori, inoltre, non erano personaggi conosciuti dagli appassionati del genere, e quel disco rappresentava per loro uno dei tanti incidenti di un percorso poco lineare ed ancor meno inseribile all`interno di una tipologia musicale ben precisa. Eppure “Desist”, austero ed elegante, continua a brillare di una sua `glaciale` attualità ancor oggi, quando numerosi lavori simili appaiono ineluttabilmente datati. Nei sette brani i due tendono ed assottigliano i suoni come fossero lattice, ma la loro opera di riduzionismo avviene senza nessuna rinuncia al patrimonio armonico. Il disco si situa idealmente al centro di un triangolo che ha per apici l`ambient di Brian Eno, le sinewaves di Ryoji Ikeda e i silenzi di Bernhard Günter e, per l`ascolto, non serve tanto alzare il volume quanto aguzzare l`orecchio e polarizzare l`attenzione sui suoni che fluttuano dai diffusori e dentro la capacità dell`ambiente.
Quinto anno del nuovo millennio: sono stati necessari sei anni per dare un seguito a quella piccola perla. Skúli_SverrissonSei anni che da un lato dimostrano le difficoltà di quei progetti sperimentali che non ottengono il patrocinio dei media mentre dall`altro lasciano intendere quanto sia forte il legame artistico fra i due strumentisti. E` ancora un piccolo marchio, The Worker`s Institute, a prendersi cura dei due, e il nuovo disco ripaga ampiamente gli appassionati per il lungo tempo d'attesa. “A Thousand Incidents Arise”, a differenza del precedente, è un disco essenzialmente suonato su strumenti tradizionali e il suo riferimento principale sembra essere il minimalismo storico. Quattro lunghi brani, dalle atmosfere dilatate e avvolgenti, conducono l`ascoltatore attraverso schemi non particolarmente originali ma, quale risvolto, ricchi d`impasti timbrici estremamente affascinanti e coinvolgenti.
Chissà se dovranno passare altri sei anni prima di poter ascoltare la prossima collaborazione fra i due? Anche se così fosse, vista la bellezza schietta di questi due gioielli, vale comunque la pena di attendere; e nell`attesa è sempre possibile distrarsi con qualcuno dei progetti solisti o di gruppo che vedono Burr e Sverrisson impegnati come primi attori o con qualcuno degli ancor più numerosi progetti nei quali i due svolgono opera di manovalanza.

Skúli Sverrison è nato a ReykjavÖk in Islanda, ma vive essenzialmente a New York, e suona abitualmente il basso elettrico. Dopo aver fatto parte di alcuni progetti giovanili quali Pax Vobis (rock romantico) e Full Circle (jazz) si è impegnato, a partire dall`inizio degli anni `90, in due collettivi molto importanti detti Mo Boma e Pachora. Mo Boma era un trio composto da Sverrisson alle chitarre basso; dal tedesco Carsten Tiedemann, studioso di musiche della tradizione africana e orientale, che si occupava di chitarre, liuti e piccole percussioni; e da Jamshied Sharifi, un musicista d`origini iraniane noto anche per il suo lavoro nel cinema, responsabile dei suoni sintetici e di un nugolo di piccole percussioni. La musica si rifaceva al jazz elettrico più creativo in generale - Herbie Hancock, John McLaughlin... - ed alla fusion di Jon Hassell in particolare. Il gruppo pubblicò 4 CD per l`australiana Extreme: “Jijimuge”, registrato in Francia e Germania nel 1992, e la trilogia “Myths Of The Near Future Part One, Two and Three”, registrata in Sudafrica, pubblicata nel triennio 1994-96, dedicata `to the memory of the plants, animals and indigenous peoples whose extinction is caused by man (not woman)` [un assunto condivisibile solo in parte, dal momento che la donna ha contribuito quasi quanto l`uomo, se non quanto l`uomo, all`estinzione di piante, animali e popolazioni indigene] e nella quale vengono utilizzate anche registrazioni d`ambiente `riprese` nell`Africa Centrale. La musica del trio, dal mood `tecnologico` molto sfacciato, è fatta di fitti tappeti percussivi, di una chitarra basso di derivazione pastoriusiana, di una chitarra evasiva ma tecnicamente inappuntabile e di suggestioni sonore da foresta pluviale. I migliori pezzi del lotto sono “Jijimuge” e soprattutto il primo tomo della trilogia, chè gli altri due sono più discontinui e presentano alcune cadute di tono, con soluzioni più smaccatamente fusion, scontate e dozzinali. Se può sembrare strana la partecipazione del musicista islandese a questo progetto, così prossimo alla fusion, varrà la pena di dire che ha frequentato il Berklee College of Music, ha accompagnato a lungo Allan Holdsworth in tour e nei primi anni `90 ha partecipato anche alla realizzazione del disco “Hard Hat Area” dello stesso Holdsworth. I dischi dei Mo Boma, che possono interessare anche gli appassionati della new age più creativa, sono comunque giardini sonori fioriti fino all`eccesso e da visitare con parsimonia, pena il rischio di prendersi un`intossicazione piuttosto grave (soprattutto se siete allergici ai generi musicali citati).
Pachora è un ensemble che sulla carta promette molto più di quanto poi riesca a mantenere nei fatti. Nato sull'onda del ritorno in auge della musica kletzmer, ritorno patrocinato da John Zorn, il quartetto si formò con l'idea di rileggere le musiche della tradizione turco-balcanica, ma le buone idee finirono affogate all'interno di un'eccessiva baldanza tecnica - fraseggi di chitarra velocissimi, quasi impossibili, una batteria puntuale come un cronometro, un clarinetto ed un basso suonati da marziani - e si portarono appresso il dubbio che i quattro intendessero cavalcare la tigre di un modello che in quel momento, presso i circoli jazz di New York, stava andando per la maggiore. Se questi argomenti non rappresentano un ostacolo, i quattro CD pubblicati dal gruppo - “Pachora” (1997), “Unn” (1998) e “Ast” (1999), tutti su Knitting Factory Records, più “Astereotypical” (2003) su Winter & Winter - sono comunque interessanti, soprattutto il primo (registrato in concerto alla Knitting Factory e dalle atmosfere più dilatate e genuine) e l'ultimo (il migliore dei quattro, sia per la scrittura generalmente più brillante sia per alcuni arrangiamenti più astrusi e particolari che rompono la logica della rilettura standardizzata, con un piccolo salto nelle dissonanze in Push e altri ottimi brani quali Drifting, nel quale Sverrisson anticipa i quadretti ambient del suo ultimo disco, ed il tradizionale rom Mexahata). Una curiosità è invece rappresentata dall'interpretazione fuori ordinanza di The Man Who Sold The World (David Bowie) presente su “Ast”. Dell`equipe, oltre a Sverrisson, facevano parte il clarinettista Chris Speed, il chitarrista Brad Shepik ed il batterista Jim Black, ma questa è una esposizione molto riduttiva, dacchè il parco degli strumenti utilizzati era molto più dovizioso: chitarra portoghese, saz elettrico, tambura, banjar, tres, chitarra baritono, bajo sexto, dumbek, pianica ed altro ancora.
Skúli_Sverrisson_&_Hilmar_Jensson In seguito Sverrisson ha suonato in buona parte dei dischi e/o dei progetti messi in opera dai suoi pard 'pachorosi', ad iniziare da “The Well” di Brad Shepik (Songlines) del 2000. Ha fatto poi parte del quartetto di Chris Speed, con Cuong Vu alla tromba e Jim Black alla batteria, autore di almeno quattro CD: “Yeah, No” (Songlines) del 1997, “Deviantics” (Songlines) del 1999, “Emit” (Songlines) del 2000 e “Swell Henry” (Squealer Records) del 2004. Con Jim Black lo ritroviamo anche nel progetto AlasNoAxis, diretto dal batterista, che ha pubblicato quattro CD: “Dogs Of Great Indifference” del 2006, “Habyor” del 2004, "Splay" del 2002 e l'eponimo esordio del 2000 (tutti su Winter & Winter). Di quest`ultimo gruppo fanno parte anche il solito Chris Speed ed il chitarrista islandese Hilmar Jensson.
Ed è proprio in coppia con quest'ultimo che Sverrisson ha realizzato uno dei suoi dischi migliori: “Kjár” (Smekkleysa sm/ehf) del 1998. Il disco fa parte di una splendida trilogia attribuibile al chitarrista e, a questo punto, vado leggermente fuori tema, giacchè Sverrisson compare solo nel primo capitolo; ma i tre dischi sono talmente belli che vale la pena di parlarne (e quando mai avremo occasione di ritornarci sopra!?!!). I libretti si aprono su un formato 48x12 e presentano all`interno dei bellissimi panorami islandesi costituiti dal montaggio di più scatti atemporali; ma il contenuto è ancor più stupefacente, con il chitarrista teso ad `enciclopediare` i linguaggi dell`improvvisazione. Nel duo con Sverrisson traccia figure impro-ambient dalle caratteristiche oscure ed espanse, con i due strumentisti che tendono ad allungare i suoni verso la dimensione del mantra tecnologico. “Traust” (Smekkleysa sm/ehf) del 1998 è il più particolare, ed il migliore, dei tre: il chitarrista (che usa una chitarra con cassa armonica) è coadiuvato da Kjartan Valdemarsson (piano e kalimba) e dalla coppia di percussionisti / batteristi formata da MatthÖas M.D. Hemstock e Pétur Grétarsson, per un risultato straniante dato dalle note liquide del pianoforte e della chitarra (veramente affascinanti nel loro proporre un nesso fra Morton Feldman, Thelonious Monk, Django Reinhardt e Derek Bailey) che fluttuano in un sottofondo costituito da una trama di battiti sfuggenti e restii a farsi circoscrivere. Nell`occasione vengono utilizzati soprattutto suoni brevi, per un risultato di nervosa rarefazione, con la chitarra che può passare da circoscritti lamenti in feedback a sequenze arpeggiate dal tono spagnoleggiante. Il terzo capitolo della saga - “Kerfill” (Smekkleysa sm/ehf) del 1999 - è quello più prossimo ad un`ottica (free) jazz, forte di una formula che vede Jensson affiancato da Andrew D`Angelo (sax alto e clarone), Óskar GuÐðjónsson (sax tenore e soprano), Eypór Gunnarson (piano), BryndÖs Halla Gylfadóttir (violoncello) e MatthÖas M.D. Hemstock (batteria e percussioni). Si tratta essenzialmente di un`opera fedele ad una sorta di `dolphismo` evoluto, al cui interno è soprattutto apprezzabile la qualità ed il bilanciamento degli accostamenti timbrici.
In seguito Skúli Sverrisson, Hilmar Jensson e MatthÖas M.D. Hemstock hanno dato vita, insieme al violista Eyvind Kang, al progetto dallo strano nome di Napoli 23. Il loro disco eponimo, uscito sempre su Smekkleysa sm/ehf nel 2002, sembra volersi rifare all`esperienza Mo Boma, ma il quartomondismo di questi ultimi viene sottratto all`ambientazione delle giungle tropicali e trasferito nell`habitat glaciale dei mari del nord. Sverrisson sembra essere il vero animatore dell'ensemble - due dei 7 brani sono in duo con Kang e uno in solitudine - e si cimenta anche alla chitarra baritono ed ai trattamenti elettronici. La musica di "Napoli 23" è un ambient sciamanico, pregevole seppure un po' impersonale, in grado di evocare tundre, foreste innevate, mari artici, giorni e notti senza fine e silenzi quasi eterni, appena interrotti dal fischiare del vento, dall'ondeggiare dei marosi o dallo stridere di un gabbiano.
Altri artisti con i quali Sverrisson ha collaborato, ma sicuramente non saremo esaustivi, sono il chitarrista Ben Monder e il cantante Theo Bleckmann, la folksinger Susan McKeown, i Blonde Redhead (in “Misery Is A Butterfly” del 2004) e Laurie Anderson.
Tutte queste amicizie saranno molto preziose al momento di registrare "SerÖa" (Tonar), il suo secondo disco solista uscito nel 2006, al quale partecipa un cast veramente incredibile: Anthony Burr, Amedeo Pace, Eyvind Kang, Laurie Anderson, Hilmar Jensson, Ted Reichman, Peter Scherer, Ólöf Arnalds, Jóhann Jóhannsson e la nuova stellina della musica islandese Hildur Guðnadóttir. Il risultato è una musica soffice e raffinata che mi ha ricordato "Chansons des mers froides” di Hector Zazou, con l'ambient tanto caro all'autore che, in linea con il progetto Napoli 23, sposta il suo baricentro dalle foreste tropicali ai freddi mari del nord e si materializza nella realizzazione di tanti quadretti boreali. Ma è soprattutto evidente il tentativo, perfettamente riuscito, di riportare l'ambient in prossimità della forma canzone: corde arpeggiate, un violoncello, un pianoforte, un organo, una viola, un clarone... e, saltuariamente, le morbide armonie vocali di Ólöf Arnalds, vanno così a definire un `folk` tanto freddo (nei suoi riferimenti ambientali) quanto solare (nella sua placida innocenza). Fa eccezione One Night Of Swords, un brano più ritmato scritto insieme a Laurie Anderson, con una secca batteria elettronica nei cui beat si sente chiaramente l'influenza della musicista statunitense che, dulcis in fundo, si concede anche in una inconfondibile performance vocale.
Anthony_Burr “Seremonie”, il primo disco solista di Sverrisson, era stato pubblicato nel 1997 su Extreme. Si tratta, ancora una volta, di un ottimo lavoro sospeso fra ambient isolazionista e tendenze industrial, ma con forti influenze hasselliane. Mi sembra improbabile che il disco, come sta scritto nelle note di copertina, sia stato realizzato utilizzando solo dei bassi elettrici, vista l`incredibile schiatta di colori che lo abitano e stando al fatto che in alcuni momenti si sente un suono di maracas, o qualcosa di simile, che non riesco proprio a comprendere come potrebbe essere tirato fuori utilizzando un basso elettrico. Ma con le possibilità manipolatorie del futuro-presente tutto è possibile, e comunque un`eventuale strumentazione accessoria, anche se è stata utilizzata, è limitata veramente a pochi particolari e/o sottolineature.

Anthony Burr è di Brisbane, Australia, suona i clarinetti e, visto in foto, sembra una controfigura di Arto Lindsay. La lista delle sue collaborazioni è impressionante e comprende collettivi prestigiosi come la Chamber Music Society of Lincoln Center, il Klangforum Wien, lo STX-Xenakis Ensemble e l`Elison Ensemble. Ha altresì collaborato con musicisti di primo piano quali Helmut Lachenmann, Brian Ferneyhough, Jim O`Rourke, Evan Parker, Mark Dresser, Chris Speed, Pat Zimmerli, John Rodgers ed è autore di proprie installazioni / rappresentazioni. La sua discografia, seppur più contenuta di quella del suo pard, è altrettanto interessante.
Il pezzo forte èrappresentato da “Alvin Lucier” (Antiopic / Smegma Editions), un doppio CD del 2005 in partnership con il violoncellista Charles Curtis. Si tratta, è quasi inutile dirlo, di reinterpretazioni dal repertorio di Alvin Lucier: sette brani che vedono alternarsi il violoncello (On The Carpet Of Leaves Illuminated By The Moon, Still And Moving Lines Of Silence In Families of Hyperbolas Part III Number 11, Charles Curtis e Music For Cello With One Or More Amplified Vases) e i clarinetti (In Memoriam John Higgins, Still And Moving Lines Of Silence In Families of Hyperbolas Part I Number 1 e In Memoriam Stuart Marshall). In sintonia con le parti suonate sono sempre utilizzati degli oscillatori, come da dettame dell'autore, ma le interpretazioni sono assolutamente personalizzate e singolari - ad esempio On The Carpet Of Leaves Illuminated By The Moon era originariamente un pezzo per koto e oscillatore - e sono presenti anche delle scritture inedite. Si tratta quindi di un disco da avere sia per chi non ha ancora nulla del compositore newyorchese sia per chi frequenta i suoi maniacali continuum ormai da tempo. Tenete presente che Alvin Lucier rappresenta una delle influenze maggiori per chi oggi si cimenta con l'elettronica minimale e con le onde sinuosoidali pure.
Minore, ma sempre di un certo interesse, è “The Clarinets” (Skirl Records) del 2006. Si tratta di una registrazione in pubblico, al NACL Theater di Highland Lake, che presenta Burr quale parte di un trio di clarinetti completato da Oscar Noriega e Chris Speed. Il disco, più prossimo all`improvvisazione di marca contemporanea che non a quella di tradizione jazz, contiene alcuni momenti particolarmente riusciti e intriganti, seppure nel suo insieme possa essere considerato come un lavoro prescindibile. In linea di massima la musica proposta dai tre non contiene impulsi ritmici, ma indulge al contrario in suoni lunghi e continui e palpita nei giochi di addizione, sottrazione e inseguimento messi in atto dai tre strumentisti.

Come potete constatare la trama intrecciata dai due lambisce approdi imprevedibili anche per chi, come me, rimase a suo tempo affascinato da “Desist”. Date un ascolto almeno alle loro cose migliori, potrebbe venirne a galla un'autentica passione.



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