`A Season´ // `(S)àcrata´ // `Nei resti del fuoco´

Autore disco:

Almost Automatic Landscapes // Video Diva // Davide Valecchi

Etichetta:

autoprodotto (I) // SuissDarkNight Records (CH) // Arcipelago Itaca Edizioni (I)

Link:

aalmusic.bandcamp.com
davidevalecchi.blogspot.it
www.videodiva.it
swissdarknights.ch/
poetarumsilva.com/2018/05/31/intervista-ai-video-diva/
www.arcipelagoitaca.it/

Formato:

CD // CD // LIBRO

Anno di Pubblicazione:

2017

Titoli:

1) A Threshold 2) A Season Of Light 3) Three Movements 4) Suppose One Were A Fish 5) A Season Of Dust 6) Lost Somewhere // 1) (S)àcrata 2) Samantha 3) Sei da solo 4) L’incuria 5) Quindici 18 6) Inconsciamente vago 7) Orizzonte piatto 8) Non per orgoglio 9) Carma // 1) SOSTITUZIONI 2) ALLA FINE DELLA VISTA 3) NEI RESTI DEL FUOCO 4) LA CASA NON FINITA

Durata:

64:22 // 45:02 // 64 pag

Con:

Davide Valecchi // Lorenzo Petti, Antonio Torino, Davide Valecchi // Davide Valecchi

piacevoli intrecci

x mario biserni (no ©)

Chi ha buona memoria non può aver dimenticato Davide Valecchi, ovverossia AAL (Almost Automatic Landscapes), e sarà certo felice di ritrovarlo con un dischetto nuovo di pacca dopo un lungo periodo di silenzio. E altrettanto felice sarà di ritrovare intatta quella sensibile poetica che da sempre ne ha caratterizzato le opere. “A Season” viene presentato come lavoro di passaggio, a conclusione di una stagione e frutto di registrazioni effettuate in questi dieci anni di silenzio, laddove per il futuro l’autore toscano sembra intenzionato ad aprirsi verso nuove soluzioni, se ho ben capito lavorando su materiali suonati su strumentazioni tradizionali, mentre per questi quadretti ambientali sembra servirsi soprattutto di registrazioni concrete. Chiaramente le cinque piste proposte non dicono niente di nuovo, o almeno non lo dicono a chi conosce questo poeta del suono dall’attitudine crepuscolare, rappresentano comunque un buon toccasana per tutti coloro che non si erano abituati alla sua assenza dalle scene. Un’ulteriore considerazione va comunque rivolta alla passata produzione di AAL, quasi tutta avvenuta in oscuri CD-R distribuiti in un numero limitato di copie, probabilmente sconosciuta alla maggior parte dei nostri lettori. “A Season” viene quindi a rappresentare, per un buon numero di voi, un'occasione ghiotta per entrare nell'universo sonoro dai toni delicatamente oscuri di questo musicista poco conosciuto ma non per questo minore.
L’attività di tipo isolazionistico, quella ben fotografata in “A Season”, in Valecchi ha sempre fatto da pendant a un altro tipo di esternazioni come chitarrista in gruppi di derivazione wave. Tali fregole al momento si manifestano nei Video Diva, oggi un trio, che ha recentemente pubblicato il lodevole CD “(S)àcrata” (Valecchi ha raggiunto il gruppo in sostituzione di Fabio “Gabo” Menetti).
Così dicono loro stessi in un’intervista a proposito del titolo: «Abbiamo una certa predilezione per l’ermetismo, scelta che risulta subito evidente anche nei testi. In questo caso (s)àcrata significa Sacra Acrata o Santa Anarchia. L’acrata è un peperoncino di colore rosso/nero chiamato anche “peperoncino anarchico” in alcuni paesi latinoamericani: un riferimento utile a sottolineare la nostra intenzione di voler essere urticanti, perfino fastidiosi. Ma, parlando di peperoncino, viene naturale pensare a una dicotomia odio/amore: per cui il peperoncino diventa simbolo di un anticonformismo riflessivo che, per chi lo guarda dalla parte giusta, può anche essere sacro. La (S) infatti vale come la classica abbreviazione per Santo o Sacro. Trasformare àcrata in sàcrata è un processo di sovvertimento: per noi il sacro non è quello istituzionale, ma può trovarsi nell’integrità di una visione o di un’idea lontane da quanto decretato da leggi e religioni. La componente critica verso le religioni è infatti molto presente in tutto il disco, non tanto come critica alle fedi storiche, ma verso le persone che le professano soltanto per comodo e interesse personale. Dunque (s)àcrata rappresenta un’idea libertaria, blasfema, anticonformista e necessariamente di parte.»
Attitudini confermate dai solchi di un disco che a volte fa pensare al semirecitato degli Starfuckers, altre alle litanie dei CCCP e CSI, e sempre al minimalismo e alla monotonia ritmica di molti dei gruppi post punk. In alcuni momenti a farsi strada è un afflato tipicamente latino che fa ricorda i portoghesi Pop dell’Arte. Ma c’è anche dell’altro come in Inconsciamente vago e Orizzonte piatto, ad esempio, dove si intuisce l’epopea morriconiana rivista da gruppi del neo-garage quali i Droogs. Il tutto si manifesta in strutture indiscutibilmente dark. I testi, poi, sembrano indulgere a una prosa di tipo dada ed erudito che fa pensare a Battiato. E a tal proposito (sia dell’attitudine dark sia dell’impostazione colta dei testi) il cantante del gruppo, Lorenzo Petti, nella stessa intervista riportata sopra così si spiega: «Non ritengo i miei testi colti, li vedo piuttosto come popolari e antichi, se vogliamo. Oggi la società impone di conoscere al massimo tre vocaboli: chi cerca di affiancarsi alle proprie radici, al dialetto o alle origini della nostra lingua madre, risulta quindi arcaico, passato e… colto. Ammetto che alcuni termini che uso possono a volte risultare un po’ oscuri, ma si tratta di riferimenti che provengono dal nostro vissuto, dal nostro passato e in un certo senso dalla nostra tradizione. Forse i nostri testi richiedono un’attenzione maggiore, una dedizione particolare e, anche per questo, potrebbero essere definiti colti: perché invogliano, per chi è davvero interessato, a saperne di più. Il genere musicale dove veniamo più spesso catalogati vive, a livello di testi, di stereotipi e si appoggia a un immaginario oscuro, decadente e depresso trito e ritrito, da cui rifuggiamo decisamente. La banalità non fa decisamente per noi. Sono ateo e libertario e non corro dietro a nessuna moda, anche se mi vesto di nero. A testimonianza di quanto detto cito due esempi. Guccini scriveva con grande semplicità storie in cui è facilissimo immedesimarsi: ascoltando le sue canzoni sembra davvero di viverle in prima persona, le sue immagini sono chiarissime, quasi elementari e, nonostante questo, si tratta di canzoni tra le più colte che abbia mai sentito. E poi c’è Tutti morimmo a stento di De André, Il disco più oscuro che io conosca, di un’oscurità che spaventa. E in quel disco non si parla di sacrifici umani, di divinità cornute, o di stereotipi dark che piacciono tanto a coloro che si impegnano a scrivere per compiacere il pubblico dark, rinunciando a esprimere un pensiero o una visione originale pur di essere etichettati in quel filone.» (vi consiglio comunque di leggere tutta l’interessante intervista che potete trovare direttamente al link riportato sopra).
Nell’insieme la struttura di “(S)àcrata” è piuttosto raffinata e i Video Diva dimostrano di avere comunque un’enorme cultura, musicale e non, oltre a una altrettanto enorme curiosità che li porta a esplorare ambiti diversi, come quando in Non per orgoglio il suono di una specie di marranzanu elettrico fa pensare a qualche soluzione di epoca psichedelica (d’altronde la cultura, intesa come conoscenza, non è forzatamente qualcosa di accademico).
All’alta qualità delle musiche rispondono le ottime doti vocali di Petti che, nei momenti in cui si esprime meno rabbioso, esibisce una timbrica affilata e metallica prossima a quella di Francesco Petetta degli Hyaena Reading.
Il CD termina con lo stesso motivo iniziale per cui, soprattutto se ascoltato in loop, viene a crearsi uno straniante effetto di opera infinita che si rigenera continuamente dalle proprie ceneri.
I Video Diva, caso mai, possono essere tacciati di avere un'attitudine passatista, ma questo difetto non è certo in grado di inficiare l’altissima qualità della loro musica. Quindi consiglio l’acquisto del disco, senz’altro agli appassionati del periodo new wave, ma anche a quei lettori che non si lasciano ingabbiare ponendosi limitazioni predefinite.
Faccio un'altra, e ancor più consistente, deviazione di rotta per segnalare la raccolta di poesie “Nei resti del fuoco” firmate da un Davide Valecchi che, come potrete intuire, oltre a suonare la chitarra e dilettarsi in registrazioni d’ambiente compone anche questo tipo di versi. Laureato in lettere, il Valecchi scrive ormai da vario tempo e ha già avuto l’onore di vedere pubblicate le sue poesie nella raccolta “Magari in un’ora del pomeriggio” del 2011 (Fara Editore). Non voglio addentrarmi certo in una recensione, dal momento che conosco solo superficialmente la materia, ma limitarmi a segnalare questo libretto, contenente materiale premiato in un concorso nazionale, nella certezza che potrà interessare coloro che già conoscono la sensibilità musicale del suo aurore e sono affascinati da essa.

Ps: mi scuso con i protagonisti per aver assemblato in un’unica recensione tre cose estremamente diverse, ma ciò mi aiuta a gestire meglio il poco tempo, da dedicare a questo tipo di attività, che ho a disposizione.


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Data Recensione: 21/6/2018

`Gratitude´  

`22:22 Free Radiohead´  

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`Selected Works For Piano And/Or Sound-Producing Media´  

`Triad´ // `Mokita´  

`Syria´  

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`La spensieratezza´  

`Come tutti gli altri dei´  

`The Cold Plan´  

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`Pulsioni oblique´ // `For Anita´ // `Musica per camaleonti´  

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`The Spring Of My Life´  

`Noises From Melancholia´  

`Meccanismi e desideri semplici´  

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`Disappearing´  

`Porteremo gli stessi panni´  

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