`Clones Of Heros´ // `Sæieglî:n´

Autore disco:

Axa Hour of Dora Bleu // Dora'Li

Etichetta:

Fire Museum (USA) // Young Girls Records (B)

Link:

www.museumfire.com
young-girls-records.blogspot.com
www.myspace.com/dorableu
www.myspace.com/delphinedora

Formato:

CD // CD-R

Anno di Pubblicazione:

2007 // 2007

Titoli:

1) marked for memory 2) meaning and zurath 3) disappearing 4) incantation 5) gashed and bloodletted 6) lankos buried // 1-20) senza titolo

Durata:

51:19 // 47:367:27

Con:

Dorothy Geller, Brooke D.Crouser, Francis Amirault, Alexander St-Onge, Justin Evans // Delphine Dora, Aurélie V.

Due `opere` di folk non-allineato

x Salvatore Borrelli

Da sempre, ho nutrito considerevoli dubbi concernenti l'idea di commentare opere di musicisti con cui (con)dividevo e con(divido) dischi assieme. E` come scrivere della propria musica, se non altro per il fatto che quello che si fa è indubbiamente difficile da dire, proprio perchè accade e mentre avviene si sta già pensando ad altro.. e così, il lavoro di Dora e Delphine, musiciste misconosciute qui in Italia e di cui mai si parlerà abbastanza, segue la medesima tendenza riferita al tacere di fronte a se stessi. Come poterne scrivere? Analizzerò la mia idea di musica, la loro, la nostra? Così, sono trascorsi alcuni mesi; questi dischi erano qui come delle istantanee, assai interlocutorie. Per diversi mesi io e loro abbiamo cercato di sviluppare qualcosa che non fosse la somma di nessuno di noi e questo ha fatto sì che ci frazionassimo e ci riducessimo al minimo al punto da non sentire più alcuna differenza poichè non c`è più alcuna individuazione. Ora che i nostri reciproci lavori sono arrivati al capolinea, quel meccanismo incestuoso si è sciolto ed io posso finalmente rapportarmi al corpo della loro musica come ad un corpo (finalmente) estraneo.

Sia Dora che Delphine mi hanno sempre affascinato perché, sebbene da due binari quasi completamente opposti, indagano dell'avant-folk il loro tratto `incompiuto` e `cerebrale`. In comune hanno il fatto di lavorare su strutture aperte, che non lasciano mai che `l'appoggio` trovi nel mezzo di un brano il suo compimento: così disseminano le loro canzoni di `aperture`, in cui più la ripetizione dello strumento base (per Dorothy la chitarra classica e per Delphine il pianoforte) consolida l'avvicendamento della percezione piuttosto che l'impalcatura ad accordi. In questo modo le loro composizioni possono spaziare su territori assurdi senza pagare il prezzo di doversi accorciare attorno ad una melodia prestabilita. E quindi di fronte al loro folk ci si trova di fronte ad un'opera aperta che potrebbe spaziare per ore e continuare così per sempre. Entrambe racchiudono lo spazio della canzone in una struttura ansiogena e piuttosto scheletrica su cui man mano, attorno, si presentano altri spazi ancora aperti favoriti dall'interlocuzione con gli strumenti basici. Marked of Memory, il primo brano di Axa Hour of Dora Bleu già racchiude per intero l'intento palesato dal disco: una voce che commenta, non dissimile da quella di Suzanne Langille di "Enchanted Forest", su cui attorno si stagliano elementi torbidi, a tratti lunari, favoriti dagli interventi di cello e piatti, e dalla chitarra della stessa Dorothy. Alexander St-Onge fornisce un contributo assai rilevante all'intera struttura modale del disco: lo protegge da figure in movimento come se a contenere gli elementi del brano non fosse la chitarra stessa quanto tutta la dispersione che si genera intorno. E` quindi il tratto elettroacustico di questi singoli segni (non a caso Dorothy lavora da anni con Simon Wickham-Smith che è tra i migliori precursori di un neo-industrialismo basato sulla meccanica del flusso) a connaturare i vari passaggi asincroni delle continue stazioni che attraversa questo treno notturno, un po' furibondo, impastato di maledizione, avvicendato da importanti segni neo-classici, improntato sulla misura di una mente pluriverso che scandisce con pochi e serrati tratti tutto l'underground in caduta libera. Si tratta di mari che spezzano i volti, di monumenti sottobraccia con interi vuoti, di canzoni che nemmeno avvertono il pericolo di essere materia d'impronta per la memoria o di conquistare la normalità minima dell'apprensione: non li ricorderete come si ricordano tutti i brani che si amano e non si possono ripetere perchè non sono fatti per essere mandati a memoria. Le trame scricchiolano perchè sono tutti cristalli rotti tesi sul picchio di un diaframma che trattiene qualunque attesa progressiva: si tratta di rinunciare ai ricordi (cosa con cui questo disco fa i conti e contemporaneamente fa i conti anche con l'improvvisazione che per antonomasia è la fuga dal fisso). Solo alla terra è permesso di rinunciare alla terra e questo pavimento flebile che trattiene gambe, braccia ed arterie nervose di questi quattro musicisti in una stanza, ha a che fare con l'aria più che con superfici malleabili e calca le medesime linee spigliate di chiarore che furono di Douve di Bonnefoy: «Ti stringo fredda a una profondità in cui le immagini non si fanno più ghiaccio». A Dorothy importano segni sottili, non si tratta di annunciare oracoli, quanto d'immagazzinare Apocalissi per tempi a venire e trovare in questi stadi intermediati una specie di ospite inatteso, di conoscere i figli che sono stati padri piuttosto che i padri che diventano bambini; opalescenza e rigore, e pochi ed ultimi gesti senza il clamore del folk, senza che il musicista vi dia il suo volto non prima che vi abbia donato il riposo a bordo di metamorfosi e bussole senza più freccette. A volte dentro il folk c'è più Berio che John Martyn!

Anche il disco di Delphine è stato concepito nel 2007; anche questo lavoro è fatto d'improvvisazioni intese come sessioni aperte senza tagli e senza rimontaggi. Ma laddove Dorothy mantiene la sovversione all'interno di un'unica suite che sembra più domani che oggi, Delphine sbriglia le sue canzoni in manciate di minuti che vanno sempre verso un'isteria collettiva, una schizofrenia cosmica fatta di sangue rappreso e radiosi gesti pluricromatici: laddove le note di Dorothy sono dei droni ottundenti e bilanciati, in Dora'Li si fanno incontri che tremano come si trattasse di insegne scannate, di fornicazioni irradiate a cui è stato posto movimento senza segretezza. Se il folk abitasse da queste parti proverebbe orrore per la seconda, la terza, la quinta, l'ottava prova: `il segreto` di questi materiali è quello di trovare un musicista pronto per eseguire una sola volta i propri errori. E così torna la memoria, torna la carta imbellettata di segni e tornano anche i registratori portatili per inseguire la materia fluente che parla d'invenzioni di luce, di crepuscolari docili a cui sovvengono speranze d'amore, a cui seguono quasi solitamente depressioni in corso, orrende giornate, orrende ore. Delphine , come tutti quelli di questa nuova generazione di folkers, è passata alla stessa maniera da Angelique Ionatos, agli appuntamenti della "Carnival folklore resurrection", ha ascoltato Robert Ashley ed un istante dopo Ida Cox... si tratta di una generazione che ha fatto i propri conti con l'universo della follia, dell'arte impossibile (Delphine studia arti visive), e se al posto di un piano avesse imbracciato un laptop, le distanze tra Zeek Scheck e Jacob Oulasson si sarebbero certamente assottigliate. Uno degli interessi di questa nuova scena folk che guarda alla Finlandia (Delphine ha suonato spesso con Lau Nau) contaminando la propria esperienza sonora di dodecafonia, interruzioni, angosce, mali palpabili, consiste innanzitutto nell'azzeramento delle `radici`. `Root` diventa `Truancy`: perchè si ritiene che sia impossibile sorvolare sul corpo della musica, innescando con essa un dialogo possibile, e poichè tutto diventa `necessario`, si ritiene che sia necessario passare attorno agli idoli per ammazzarli e vedere cosa significa fare i conti con la demografia ipergenerazionale e con la fine dei dischi che diventano materiale da recuperare un giorno. Questi dischi si devono recuperare ora, perché un giorno saranno superati dagli stessi autori, saranno forse disconosciuti e poterli ascoltare mentre si presentano a noi e non 40 anni dopo, significa anche comprendere appieno la confusione di cui le opere attuali sono investite per il fatto stesso di nascere con un istinto e con la leggerezza che solo una persona che può scrivere quanto può disegnare o guardare una spiaggia in movimento può (anche) innescare. Si tratta esattamente di piccole bombette ad orologeria per tempi incerti, come sono sempre stati incerti i tempi finora ma oggi di più tra cd-r, cd, lp, a iosa che non si ha nemmeno il tempo di ascoltare. Si tratta di dischi che andrebbero messi all'unisono per risparmiare un'ora del proprio tempo libero e poter dire di averli ascoltati insieme come un flusso magnetico senza che questo abbia comportato ferirli, o annientarli per un atto privo di parsimonia. Le possibilità che avevano dato luogo ai primi materiali lo-fi, in particolare quelli di Alastair Galbraith, ovvero registratori portatili, reverse e chincaglierie sixties, oggi passano per un iBook e per il Garage Band, ed i singoli strumenti non sono più strumenti quanto segni, ovvero rapporti frequenziali, e l'intenzione che coabita sia in Dorothy che in Delphine sta proprio nel fare di un brano l'insieme di strutture frequenziali, di dispositivi elettroacustici, piuttosto che di melodie folk, o di strumenti suonati secondo le diottrie consentite. Che questa strada porti all'isterismo, al lassismo sprotetto di certezze, che porti ad un pubblico sempre più ridotto e che questa generazione di artisti vada ad impelagarsi quasi in maniera sprovvista delle canoniche rassicurazioni, quasi d'emergenza, questo è esattamente il limite verso cui si va incontro. Si tratta di opere destinate ad una ristrettissima fascia di ascoltatori, stanca del folk ed alla medesima misura stanca dell'innovazione. A voi la scelta.


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Data Recensione: 5/11/2008

`Boxer Rebellion´  

`Ash´ // `The Great Green´ // `Futuro Ancestrale´ // `Vostok: Remote Islands´  

`The Shadow Carvings And Other Short Poems´  

`Ottomani´  

`Galaterna´  

`Air Cake And Other Summery Occupations´  

`Rifugi´ // `Ellittica´  

`When The Crickets Sing´  

`The Air-Conditioned Nightmare´  

`Constellative Trio´  

`Ice Door´  

`What’s New?´  

`Tre storie per chitarra´  

`Drums & Octobass´ // `Always I Gnaw´  

`River Of January´  

`Escale´  

`Jalitah´  

`Catacryptico´  

`Farahser´  

`Qui´  

`Radici´  

`Temporal Waves´  

`For A Reason´  

`Where Songs Go At Night´  

`Vurga´  

`Chamber Music´  

`In The Grip´  

`Cello Unlocked´  

`Jack´  

`Domicide´  

`Infinity Avenue´  

`Regenprasseln´  

`Incanto´ // `Tracce´  

`Dreaming Of Horses Running In Circles´  

`Our Sea Lies Within´  

`Due´  

`Words´